Contamination Lab Cosenza: il workshop di Gta Factory

Customervalidation

Oggi si conclude il Quarto Ciclo del Contamination Lab: il prossimo insight sarà dedicato all’intervento di Domenico Greco, fondatore di Gta Factory, dal titolo “Davvero nessun Business Plan sopravvive al primo contatto con il cliente?”

In questo insight invece ripercorriamo le tematiche di “Customer Validation“, il workshop formativo che, sempre nell’ambito del Contamination Lab, Domenico Greco ha tenuto agli studenti dell’Unical il 28 maggio 2016.

Il workshop è partito da due quesiti fondamentali: Come si struttura una Value Proposition? Come possiamo accorgerci da subito se la nostra idea di prodotto/mercato può funzionare?
Con il supporto dei modelli Canvas e alcuni esempi pratici, uno su tutti il caso Tesla per mostrare come si definisce una VP, Domenico Greco ha mostrato ai ragazzi come si definisce un customer profile: elencare i risultati e i benefici desiderati dai potenziali clienti per quel determinato prodotto, quindi definire i “job” cioè quelle attività che i clienti cercano di portare a termine, i problemi che cercano di risolvere e i bisogni che vorrebbero soddisfare, nonché le difficoltà che possono infastidirli nel tentativo di svolgere o portare a termine un job.
Il passaggio successivo è stato definire una value map all’interno della quale vengono elencati i prodotti e i servizi su cui si basa la proposta di valore, si delinea esplicitamente come produrre risultati e benefici desiderati dai clienti, si descrive esattamente come quei prodotti e servizi alleviano specifiche difficoltà riscontrate dai potenziali clienti.
Infine i ragazzi sono stati inviati a stilare le proprie ipotesi e simulare le proprie idee di impresa attraverso dei “test” utili non soltanto a dare risposta ai quesiti da cui era inizialmente partito il workshop ma anche a verificare il “fit” cioè la corrispondenza tra la loro idea di start-up e le effettive esigenze del potenziali clienti/mercato di riferimento.

We 💙 SOCIAL SHARING…and you?

Facebook
Twitter
Google+
LinkedIn

 

Contamination Lab: Start-up e Università insieme per innovare…

 

Start-up e Università: due mondi diversi e apparentemente lontani…ma ne siete proprio sicuri?

Immaginate studenti di facoltà diverse riuniti all’interno di una stanza, a loro disposizione gli strumenti per coltivare un’idea e al loro fianco docenti e imprenditori che li coinvolgano in un percorso formativo insegnando loro la  cultura dell’imprenditorialità. Obiettivo? dare sfogo all’innovazione e contribuire alla nascita di nuovi progetti e, perché no?, di nuovi startupper.  Il metodo? La contaminazione: tra persone, professionalità, regioni geografiche. E’ quanto sta accadendo in molti atenei italiani con i “Contamination Lab” che – come si legge nelle linee guida del Ministero dell’Istruzione, promotore di questi laboratori- sono spazi ritagliati dentro le università per offrire agli studenti “un ambiente stimolante per lo sviluppo di progetti di innovazione a vocazione imprenditoriale”.

Nei Contamination Lab studenti di materie diverse e appartenenti a diversi gradi di studio (dai corsi triennali ai dottorati) e attori del mondo produttivo, come imprese, imprenditori e camere di commercio, si incontrano in seminari e workshop mescolando le proprie creatività e mettendosi in gioco in vere e proprie sfide progettuali.
Anche quest’ anno l’Università della Calabria, come altri atenei italiani, non ha saputo resistere al fascino della “contaminazione” e proprio ad aprile 2016 presso l’Unical sono iniziate  le attività del Quarto Ciclo del Contamination Lab Cosenza,  con una serie di  eventi formativi e “warm up project” di base (i cosiddetti “CLab Gym“) ma anche progetti innovativi interdisciplinari più ambiziosi (i cosiddetti “CLab Challenge“) che hanno visto la partecipazione di studenti e laureati dinamici e competenti e l’eccezionale supporto di diversi esponenti del mondo accademico e dell’imprenditoria.

sdr

Domani, 10 giugno 2016 h.10.00, il Quarto Ciclo del Contamination Lab Cosenza volgerà al termine : anche Gta Factory sarà presente e per l’occasione interverrà  il fondatore Domenico Greco che esporrà agli studenti una presentazione dal titolo: “Davvero nessun Business Plan sopravvive al primo contatto con il Cliente?”

Da qui potete consultare tutti gli appuntamenti della giornata conclusiva all’Unical: CLab Cosenza – Final Challenge – il programma

Nei prossimi insight: gli aggiornamenti sulla conclusione del Contamination Lab Cosenza, con slide e approfondimenti dedicati in particolare alla partecipazione di Gta Factory. Continuate a seguirci!

 

We 💙 SOCIAL SHARING…and you? FacebookTwitterGoogle+LinkedIn

 

 

 

Dimensione Start-Up: più innovazione alla tua impresa con il Business Model Canvas

canvasss

 

Fonte notizia: Business Model Canvas

Dimensione Start-up” è un breve viaggio in 3 insights alla scoperta dell’affascinante mondo delle “start-up”.
In questo terzo insight parleremo del Business Model Canvas e del visual thinking.
Il Business Model Canvas è un metodo proposto dall’imprenditore svizzero Alexander Osterwalder e poi sviluppato da lui insieme a Yves Pigneur, Alan Smith e una community di 470 esperti in 45 paesi del mondo: il culmine arriva con la pubblicazione del libro Business Model Generation, oggi un best seller a livello mondiale tradotto in 26 lingue.
Il Business Model Canvas è uno strumento strategico per creare e sviluppare modelli di business innovativi, spiega come un azienda crea, distribuisce e acquista valore, si compone di un framework di 9 blocchi che costituiscono gli elementi base di ogni impresa:

  1. Customer Segment: i clienti a cui vendi i tuoi prodotti/servizi;
  2. Value Proposition: la proposta di valore con i prodotti/servizi offerti dalla tua azienda;
  3. Channels: i canali di distribuzione e contatto con i tuoi clienti;
  4. Customer Relationships: le relazioni che si creano con i  tuoi clienti;
  5. Revenue Streams: il flusso di incassi derivante dalla vendita dei tuoi prodotti/servizi;
  6. Key Resources: le risorse chiave per produrre il valore da offrire al tuo cliente;
  7. Key Activities: le attività chiave che fanno sì che il tuo modello di business funzioni;
  8. Key Partnerships: i partner chiave con cui la tua impresa dovrà  allearsi e definire accordi strategici;
  9. Cost Structure: i costi di struttura che la tua azienda dovrà sostenere

Il Business Model Canvas è costruito sulla logica del visual thinking: il pensiero si fa processo visuale e trasforma concetti, idee e programmi complessi in immagini semplici. Il visual thinking altro non è che una tecnica per rappresentare visivamente le informazioni e i processi semplificandone la comprensione e la memorizzazione. Il linguaggio utilizzato nel Business Model Canvas diventa così più facile e immediato, comprensibile a tutti. Il Business Model Canvas ha  di fatto rivoluzionato il modo di rappresentare un business model apportando un importante vantaggio comunicativo: tutti possono comprendere facilmente elementi complessi che riguardano il funzionamento di un’intera azienda.

Creare il modello di business di una nuova azienda, o ridisegnare il business model di un’impresa già esistente, con questo metodo diventa un processo partecipativo, ideativo e coinvolgente: le idee si trasformano in progetti da realizzare, implementare, modificare, il team viene stimolato al lavoro di gruppo. Il Business Model Canvas può infatti essere stampato in grandi dimensioni e il team può iniziare a disegnare e discutere gli elementi del modello di business utilizzando post-it e pennarelli: in tal modo si favorisce la comprensione, la discussione e l’analisi del business ma anche la creatività e la condivisione delle idee.

Il Business Model Canvas è stato testato, verificato e applicato con successo a livello mondiale da numerose aziende (tra le più note Ericsson, Coca-Cola, Capgemini e Deloitte) e viene attualmente insegnato a livello accademico in Centri di formazione nazionali ed internazionali, come ad esempio Stanford e Berkeley University.

 

We 💙 SOCIAL SHARING…and you? FacebookTwitterGoogle+LinkedIn

Dimensione Start-up: partire leggeri con il metodo Lean Start-up

Dimensione Start-up” è un breve viaggio in 3 insights alla scoperta dell’affascinante mondo delle “start-up”.

In questo secondo insight parleremo della metodologia Lean Start-up. L’assioma fondamentale è : l’innovazione più utile è quella di cui c’è già un reale bisogno da parte degli utenti, tutto il resto – se non soddisfa un bisogno – si rivela uno spreco. Anzi l’idea base dell’approccio Lean è proprio quella di aumentare l’efficienza di un processo produttivo riducendo o eliminando qualsiasi tipo di spreco come, ad esempio, spese e attività superflue o risorse accessorie e non indispensabili.

Ad introdurre per la prima volta nel mondo dell’imprenditoria start-up il metodo Lean è stato l’imprenditore americano Eric Ries, è stato proprio lui a portare avanti l’idea che tutto quello che non concorre a soddisfare un reale bisogno espresso dal mercato si rivela un inutile spreco. E per spreco intendiamo la creazione di un prodotto – o di un servizio – che nessuno vuole e che quindi non apporterebbe alcuna innovazione o miglioramento significativo nel settore di riferimento.
Il processo operativo del metodo Lean si inserisce in un ciclo anche noto come ciclo build, measure, learn (costruisci, misura, impara) ovvero:
BUILD: costruisci il tuo prodotto/servizio nel più breve tempo possibile;
MEASURE: misura i risultati che ottieni;
LEARN: impara dai dati ottenuti come potresti migliorare il tuo prodotto.

Secondo i principi del metodo Lean Startup niente è vero finché non è passato attraverso il meccanismo di “build-measure-learn” e l’idea non può iniziare a concretizzarsi senza aver prima verificato che il problema esista davvero, sia avvertito dal target selezionato e sia abbastanza forte al punto da portare con sé il bisogno di essere risolto.
Nell’ottica di riduzione degli sprechi è fondamentale nel processo di sviluppo di un prodotto alimentare un flusso continuo di feedback tra la start-up e i suoi clienti per garantire un apprendimento costante e verificare ogni singola ipotesi alla base dell’idea di business.

L’approccio Lean – teorizzato nel libro di Eric Ries “Partire Leggeri. Il metodo Lean Start-up: innovazione senza sprechi per nuovi business di successo”  – consente all’imprenditore di partire con leggerezza, senza fronteggiare tempi e costi eccessivi, testando la propria visione di business attraverso un’interazione continua con l’ambiente e il mercato, adattando i propri prodotti/servizi ai reali desideri dei clienti e destinando – in virtù di tali scelte- l’idea imprenditoriale a maggiori probabilità di successo.

Quello teorizzato da Ries è un approccio radicale per il lancio di tutte le iniziative innovative – siano imprese esordienti o progetti nuovi all’interno di grandi aziende già avviate – che aiuta a varcare la nebbia dell’incertezza rilevando un percorso verso un business sostenibile, con minori tempi e costi e, soprattutto, con meno rischi di fallire.

 

We 💙 SOCIAL SHARING…and you?  FacebookTwitterGoogle+LinkedIn

Dimensione Start-up: 4 step per il successo. Il modello Customer Development

 

Fonte notizia: Business Model Canvas

Dimensione Start-up” è un breve viaggio in 3 insights alla scoperta dell’affascinante mondo delle “start-up”.

In questo primo insight parleremo del modello customer development.

Nella fase di creazione di una start-up ogni imprenditore si trova davanti alla necessità non soltanto di sviluppare un nuovo prodotto/servizio ma anche – e soprattutto – di sviluppare un mercato per quel determinato prodotto/servizio.
È qui che entra in gioco il Customer Development che altro non è se non quel processo che aiuta l’imprenditore ad orientarsi nel percorso conoscitivo dei clienti della sua futura azienda e del mercato in cui essi si muovono.
Un percorso non facile nel quale la start up deve superare diversi ostacoli:

  • verificare la presenza di un potenziale mercato;
  • verificare la presenza di un pubblico disposto a pagare per la value proposition che si sta immaginando;
  • creare effettivamente il mercato per quel determinato prodotto.

Nel momento in cui ognuna di queste attività di scoperta, apprendimento e test si conclude positivamente, non ci sono più ostacoli per sviluppare una vera start-up di successo.

Il modello Customer Development può essere definito come il processo di sviluppo del cliente: ci troviamo davanti ad un ciclo iterativo attraverso cui è possibile testare e ritestare sul campo il proprio modello di business, cercando di risolvere le criticità e superarne i limiti prima ancora di lanciarlo sul mercato. In questo modo si può verificare già da subito quali potenzialità ha il modello creato e scegliere quindi se perseguirlo, modificarlo o abbandonarlo con un notevole risparmio di tempo e di denaro.

Il modello è stato ideato da Steve Blank, noto imprenditore della Silicon Valley e professore alla Stanford e alla Berkeley University, nel suo libro “Four Steps for the Epiphany” e si realizza attraverso un processo che si compone di 4 differenti step.

  1. CUSTOMER DISCOVERY:in questa fase si cerca di capire se quanto l’azienda ha immaginato può trasformarsi in un prototipo da testare. Quindi un prototipo del prodotto/servizio viene sottoposto all’attenzione del consumatore per verificare se c’è da parte sua un feedback positivo, un particolare apprezzamento che indichi compatibilità con alcune rilevanti esigenze.
  2. CUSTOMER VALIDATION: in questa fase si analizzano i feedback ricevuti dai potenziali clienti e si comincia a testare sui consumatori il modello di business mettendo a punto un processo di vendita ripetibile, stabilendo prezzo e canali di vendita ma sempre su piccola scala;
  3. CUSTOMER CREATION: una volta effettuati numerosi test e trovata la modalità più adatta, il passo successivo è creare e sostenere una domanda finale su larga scala per l’utente e fare in modo che quella stessa domanda entri nei canali di vendita progettati dall’azienda.
  4. COMPANY BUILDING: è l’ultima fase nella quale avviene la costruzione vera e propria dell’azienda con la sua struttura e i suoi processi.

 

Il processo che sta alla base del Customer Development prevede lo sviluppo di un prodotto/servizio nelle sue caratteristiche di base che andrà poi testato dal consumatore prima del rilascio di una versione più completa e della commercializzazione su larga scala: è il cosiddetto “Minimum Viable Product”, per usare la definizione di Eric Ries, imprenditore e pioniere del movimento Lean Start-up (di cui tra l’altro avremo modo di parlare nel prossimo insight). Ci troviamo davanti ad una metodologia decisamente vantaggiosa soprattutto per lo sviluppo di applicazioni web e prodotti intangibili perché si ha la possibilità di testare prima le reali prospettive di mercato evitando di investire da subito nella creazione vera e propria di un’azienda.

Il Customer Development offre la possibilità all’imprenditore di migliorare il proprio approccio business passando da una logica orientata al prodotto ad una più orientata al cliente, diciamo pure “customizzata”, andando incontro alle reali esigenze del mercato e quindi a maggiori possibilità di successo.

We 💙 SOCIAL SHARING…and you?

Facebook
Twitter
Google+
LinkedIn

Agile marketing: il futuro è nell’analisi dei dati?

download

Fonte notizia: Digital4

L’agile marketing è un processo in cui il flusso di lavoro del marketing è suddiviso in blocchi più piccoli ed esperimenti e i diversi team condividono i dati sui clienti e le transazioni.

L’agile marketing non è altro che una forma di marketing molto mirata che persegue l’obiettivo di offrire in modo rapido e costante una customer experience ottimale e su più canali.  La terminologia è un’evoluzione e un adattamento del concetto di sviluppo agile del software. Il marketing agile – quando ben strutturato – consente ai brand di stare vicino ai loro clienti su più canali digitali (dispositivi mobili, social media, internet, e-mail) e di attuare una proficua collaborazione tra team interdisciplinari condividendo i dati per raggiungere un obiettivo comune.

Come ogni struttura di marketing, l’agile marketing richiede valutazioni e analytics per monitorare i risultati e calibrare le iniziative future. Acquisire, organizzare, elaborare, interpretare le enormi quantità di dati digitali che ogni azienda dispone è il modo più efficace per arrivare e comprendere cosa il consumatore desidera in un dato momento.

Dai risultati di un’indagine di Boston Consulting Group, dedicata proprio al tema dell’Agile Marketing e condotta sui CMO di 30 grandi organizzazioni attive nei settori del largo consumo, dei servizi finanziari, dei viaggi, del retail, della tecnologia e dell’automotive, il rapporto tra brand e consumatori si colloca sempre più in una prospettiva digitale e pertanto non può più prescindere dal ricorso a strumenti analitici. I dati , di fatto, rappresentano il patrimonio più prezioso di qualsiasi azienda ma dietro il loro utilizzo si nasconde un altro problema: quante e quali sono le risorse davvero qualificate e oggi disponibili sul mercato in ambito big data?
La questione delle competenze insomma è un punto chiave anche perché – come sottolinea un top marketer interpellato da Boston Consulting Group – la situazione per molte aziende non sembra essere delle migliori: “non abbiamo lo staff necessario per sperimentare nuovi approcci, riusciamo a malapena a coprire l’ordinaria amministrazione”.
Proprio a causa della mancanza di personale qualificato dall’indagine di BCG emerge come ben il 60% delle organizzazioni non raccoglie sistematicamente i dati come vorrebbe oppure ne fa un uso non ottimale. E anche nelle divisioni marketing più strutturate le figure professionali che si occupano di analytics raggiungono a malapena la trentina di unità.

Occorre – oggi più che mai – potenziare i reparti di analytics con nuove figure professionali che possano raccogliere le nuove sfide e le importanti opportunità che l’analisi dei dati offre ad ogni azienda per battere i competitor e garantire ai propri clienti un livello di customer experience eccellente.

We 💙 SOCIAL SHARING…and you?

Facebook
Twitter
Google+
LinkedIn

Noleggi e car sharing aziendali: verso nuove forme di mobilità

Fonte notizia: AlVolante

Nel report “La Smart mobility e gli italiani, il punto sulle nuove forme di mobilità suburbana…con gli occhi del consumatoreBain e Company Italy, società di consulenza attiva dal 1989, evidenzia l’urgenza di nuove misure di miglioramento per la mobilità in Italia e in questo le aziende possono rivestire certamente un ruolo importante.
Dallo studio emerge una situazione piuttosto critica: “la rete autostradale è la stessa da 15 anni, la rete del trasporto pubblico locale si è ridotta, il numero di vetture per abitanti è salito ai vertici europei. È quindi necessario identificare nuove soluzioni di mobilità che tengano conto della struttura attuale della domanda, sempre più legata al fenomeno delle mega city”. Tuttavia da un’indagine condotta su un campione di 1.600 pendolari di quattro province italiane emerge come l’auto sia ancora vista come uno status symbol a cui la maggior parte delle persone non vuole rinunciare, a scapito dei mezzi di mobilità alternativa che risultano ancora poco usati.
Ma come cambiare le attuali tendenze e rinnovare la mobilità urbana in una chiave più intelligente e sostenibile? Un ruolo decisivo, secondo il report, può essere giocato dalle società di noleggio che “devono vincere la sfida dello sviluppo di prodotti per i privati, di accordi con gli enti comunali, di soluzioni di mezzo tra il car sharing, non sempre adatto ai pendolari, e il noleggio a breve termine, spesso troppo costoso”.
Una via potrebbe essere quella di stringere nuovi accordi con gli enti locali per un’offerta di veicoli a zero emissioni alle aziende pubbliche e private. Un’altra soluzione potrebbe essere dedicarsi allo sviluppo di applicazioni per smartphone che agevolino la prenotazione dei veicoli in car sharing. O ancora trasformare i punti di noleggio tradizionali in “centri di mobilità disegnati sulle nuove esigenze dei clienti. E quindi non solo noleggio di auto ma anche di veicoli commerciali, scooter, biciclette”. I centri di mobilità condivisa a livello aziendale potrebbero rappresentare una soluzione importante non solo degli attuali problemi legati al traffico ma anche risolvere molte esigenze dei pendolari che oggi vengono spesso disattese dai car sharing classici.


logo optimorent

 

 

 

 

 

C’è una nuova frontiera per la business intelligence nel settore noleggio autoOptimoRent è una soluzione di business analytics già pronta per il noleggio dei veicoli. Scopri tutte le potenzialità di OptimoRent per la tua attività di noleggio!


We 💙 SOCIAL SHARING…and you?

Facebook
Twitter
Google+
LinkedIn

La Customer Loyalty e i programmi di fidelizzazione

Fonte notizia: My Direct Marketing

La Customer Loyalty è il sistema innovativo – applicabile a qualsiasi settore merceologico – per garantirsi la fedeltà dei clienti già acquisiti e fare in modo che aumentino i loro acquisti, oppure per conquistare dei nuovi clienti, profilarli e fidelizzarli a lungo termine, assicurandosi così un flusso di vendite costante sempre più redditizio; il consumatore in cambio riceve vantaggi progressivi sempre più consistenti, da utilizzare in modo semplice, su prodotti e servizi di sua convenienza. Questi vantaggi si concretizzano nei cosiddetti “LOYALTY PROGRAMS”, i programmi di fidelizzazione, ovvero dei servizi mirati che hanno come bersaglio le esigenze espresse dai vari target. Un programma di fidelizzazione per essere efficace deve seguire i clienti nel tempo portando valore aggiunto ai servizi post vendita nel periodo che intercorre tra un acquisto e l’altro e a margine delle varie iniziative proporre una serie di servizi trasversali tramite Card, programmi a catalogo e piani contatto.

I piani contatto, in particolare, rappresentano una strategia molto valida: prevedono l’invio di un numero variabile di messaggi al cliente e vengono predisposti tenendo in conto le evoluzioni e le necessità legate al prodotto, il suo ciclo di vita e la finestra temporale di riacquisto.

Semplicità, creatività e monitorabilità sono le caratteristiche chiave che definiscono un loyalty program ben strutturato. L’obiettivo è migliorare la relazione con il cliente e creare visibilità per il brand, aumentare la retention e la gratificazione del cliente.
I programmi di fidelizzazione, o loyalty programs, consentono ai consumatore di un determinato brand di accumulare vantaggi o usufruire di servizi esclusivi, come ad esempio accessi selezionati o servizi gratuiti, raccolte punti, sconti, offerte speciali.
Un esempio di loyalty program? i frequent flyer (trattasi di un servizio offerto dalla maggior parte delle compagnie aree per premiare la fedeltà dei propri clienti. Nella maggior parte dei casi, i viaggiatori iscritti al programma guadagnano tanti punti quante sono le miglia percorse; i punti così accumulati possono quindi essere riutilizzati per ottenere voli gratuiti o altri servizi) e gli shopping program, come anche i programmi di fidelizzazione nel settore Automotive.


customer_loyalty_management_coverCUSTOMER LOYALTY MANAGEMENT – La loyalty dei clienti come risorsa economica

 

Scopri un nuovo stile di loyalty management nel food retail e individua tra i tuoi clienti i profili di maggior valore e i trend nei loro comportamenti d’acquisto.

ACCEDI al download gratuito del white paper di Gta Factory  CUSTOMER LOYALTY MANAGEMENT – La loyalty dei clienti come risorsa economica

 


optimo retail

 

 

 

 

Il mondo del retail è cambiato: scopri la nuova frontiera per l’analytics in store: visita il sito web di OptimoRetail .


We 💙 SOCIAL SHARING…and you?

Facebook
Twitter
Google+
LinkedIn

Innovare nella GDO: allearsi con le start up potrebbe essere la carta vincente?

Fonte notizia: Digital4

In Italia le grandi imprese della GDO sentono ormai prioritaria l’esigenza di innovare i processi di vendita ma al tempo stesso sono ancora legate a modelli di business poco efficaci che generano costi talmente elevati da risultare in perdita e di fatto non producono valore per l’organizzazione aziendale.
L’esempio virtuoso arriva da alcune giovani start up che in questo momento sembrano avere individuato l’approccio giusto offrendo servizi personalizzati e attuando modelli di business estremamente versatili.
Ecco alcuni casi interessanti di start up da cui i grandi operatori della GDO e del retail potrebbero trarre spunti decisamente utili e con cui magari stringere vantaggiose partnership.

Supermercato24 è una start up veneta attiva in 16 province italiane con un fatturato che nel 2016 dovrebbe sfiorare gli 8 milioni di euro. Applicando per la prima volta la logica della sharing economy al mondo della GDO Supermercato24 avanza sul mercato con un’importante promessa: portare a casa dei clienti la spesa fresca acquistata on line entro 60 minuti. Ma come funziona? Il consumatore accede attraverso la mobile app a circa 10.000 referenze acquistabili nelle principali catene di supermercati e invia l’ordine. A questo punto un algoritmo seleziona un collaboratore tra i 25.000 iscritti alla piattaforma valutandone disponibilità, geolocalizzazione e anche specializzazione negli acquisti. Il collaboratore selezionato si reca nel punto vendita più vicino a casa dell’utente, fa la spesa e gliela consegna in massimo 60 minuti. Enrico Pandian, fondatore e amministratore delegato di Supermercato24, afferma: “non facciamo altro che ottimizzare la catena logistica grazie al crowdsourcing” ma – si rammarica – è un vero peccato che sia più semplice stringere accordi con i brand che con le insegne, queste ultime ci vedono erroneamente come un competitor quando invece siamo i loro primi clienti”.

Indabox, fondata nel 2013, mette insieme una rete di 3.000 punti di ritiro e consegna spedizioni nei grandi centri urbani e nei capoluoghi di provincia italiani e ha coinvolto oltre a migliaia di bar anche 300 Carrefour Market e 60 Carrefour Express. L’ambito di riferimento resta quello della logistica e-commerce ma stavolta rispetto a Supermercato24 ci troviamo davanti ad un modello di business totalmente diverso: Indabox divide con i suoi partner le revenue per la custodia di pacchi o per la gestione di resi su acquisti effettuati dagli utenti su qualsiasi piattaforma on line. “Nell’app – ci tiene a precisare il fondatore Giovanni Riviera –sono incluse tessere fedeltà e strumenti di loyalty grazie ai quali i partner possono attivare promozioni sui nostri utenti che quindi diventano anche loro clienti”.  Ma anche Indabox, come Supermercato24, deve scontrarsi con la diffidenza delle grandi imprese: “se riuscissimo ad accordarci – spiega Riviera – con i principali spedizionieri italiani otterremmo un modello veramente virtuoso per tutti. Potremmo abbattere i costi logistici ottimizzando il percorso dei corrieri, incorporare la tariffa per il ritiro nella spedizione e ampliare ulteriormente le occasioni di contatto tra esercenti e clienti finali.”

Wib, start up siciliana, sostenuta da Unicredit, Vertis Sgr e RedSeed Ventures, sta riscuotendo grande successo in Nord America non tanto come semplice fornitore di vending machine quanto come partner per il marketing multicanale: l’installazione di distributori automatici intelligenti avviene in location strategiche  e con il supporto dell’analisi dei dati che si generano dalle interazioni del sistema con i consumatori.
“Wib – precisa Alfonso Correale, uno dei membri del board di Wib – è prima di tutto un tool di marketing e comunicazione che si integra fortemente con le attività di prevendita e da qui la possibilità di fare business in chiave multicanale”.  Wib integra il mondo fisico con quello digitale, consente di gestire prodotti di dimensioni diverse, con funzioni di multiple picking e variazioni di prezzo anche in base al profilo social dei clienti, altresì permette di controllare da remoto le campagne e di scambiare messaggi in tempo reale.

 


 

optimo retail

Perché gli esercizi commerciali off line non possono essere ottimizzati come quelli on line? Da oggi per il mondo retail e GDO qualcosa è cambiato. Nasce una nuova frontiera per l’analytics in-store: scopri di più sul sito web di OptimoRetail .


We 💙 SOCIAL SHARING…and you?

Facebook
Twitter
Google+
LinkedIn

Mobile marketing: i trend del 2016

Fonte notizia: Ninja Marketing

Il mobile marketing rappresenta ormai un territorio ricco di opportunità per le aziende e per i loro brand: di fatto i dispositivi mobili sono lo strumento con il più alto grado di penetrazione tra la popolazione: si calcola che il 97% degli italiani possieda almeno un cellulare, per un totale di quasi 50 milioni di dispositivi.
Vediamo ora quali sono le nuove tendenze nel mondo del mobile che stanno calcando la scena nel 2016.

Mobile Video: arrivano i video verticali

Il video marketing da mobile ha registrato una crescita vertiginosa nel 2015 e nel 2016 continuerà certamente la propria ascesa. La maggior parte degli utenti che visualizzano i video da smartphone lo fa in posizione verticale e proprio per venire incontro a questa tendenza si va sempre più diffondendo il formato verticale ottimizzato per i dispositivi mobile che consentirà la visualizzazione dei video a tutto schermo.

Applicazioni mobile: tante funzioni e un’unica app

Le app oggi presenti sul mercato sono sempre più numerose come anche le funzioni che offrono: ogni applicazione risponde ad un’esigenza diversa dell’utente. C’è l’app per pianificare la giornata, quella per programmare un viaggio, quella per accedere alle promozioni del supermercato e così via.
Ma la nuova tendenza del 2016 è quella di fornire agli utenti un’unica applicazione in grado di racchiudere il maggior numero di funzionalità possibili: un’opportunità interessante per le aziende che sapranno cogliere questo trend ancora prima dei competitor.

Location- Based Marketing: le notifiche push

Le notifiche push basate sulla localizzazione rappresentano un metodo efficace a disposizione delle aziende per comunicare in modo diretto e interattivo con il proprio target di riferimento. Immaginiamo ad esempio un turista in visita ad una città, durante la gita riceve sul proprio smartphone una notifica da parte della sua app di viaggio che lo informa su tutte le offerte per il pranzo disponibili nella zona in cui si trova. Un’opportunità straordinaria per quel ristorante che con l’offerta giusta riuscirà a conquistare la sua attenzione e di conseguenza accattivarsi un nuovo cliente.
I brand hanno già cominciato ad investire sulle strategie di marketing basate sulla localizzazione sfruttando le nuove tecnologie come gli iBeacons, dei piccoli trasmettitori posizionati all’interno degli store che individuano tutti i dispositivi presenti nell’area di interesse ai quali è possibile inviare le notifiche push con relativi sconti e promozioni.

Facebook
Twitter
Google+
LinkedIn

Get in touch with us!