Big Data Management: la parola chiave non è “storage” ma “programmazione”

Fonte notizia: Digital4

Le imprese capaci di sfruttare i dati e l’analisi del cliente riescono ad aumentare di un terzo il proprio fatturato, registrando un picco delle prestazioni 13 volte superiore alla media. È quanto emerge dalle ultime ricerche e da qui appare evidente come la gestione dei dati strutturati e destrutturati che circolano dentro e fuori le aziende aiuti a trasformare le informazioni in azioni strategiche per il business.
Tuttavia il problema con i big data per le aziende di oggi non è, come si potrebbe ritenere, la capienza dello storage ma i limiti degli strumenti di gestione e la qualità della programmazione. Big Data Management significa, infatti, avere la possibilità di lanciare una domanda e ottenere la risposta giusta al momento giusto. È l’ambizione massima per chi fa marketing quella di sfruttare i dati per attingere ad informazioni mirate e puntuali, come anche delle HR, della produzione, della logistica, delle vendite e di tutte le altre LOB che quotidianamente supportano con le tecnologie digitali il loro lavoro. Nonostante le ambizioni però c’è ancora molta sperimentazione e il livello di esperienza acquisito dagli sviluppatori non è sempre al passo con le criticità emergenti: nei database, infatti, le informazioni crescono sempre di più al punto da rendere molto complessa l’elaborazione attraverso gli strumenti di gestione standard. E secondo l’ultimo rapporto rilasciato dagli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano la quantità di dati nel mondo raddoppia ogni due anni e oltre il 90% di questi sono di tipo destrutturato. Una situazione che non rispecchia quella vissuta nelle aziende dove ancora c’è una netta prevalenza di dati strutturati che rappresentano ben l’84%, mentre la gestione dei dati destrutturati si aggira intorno ad un pallido 16%.
Ma gli analisti del Politecnico prevedono che nei prossimi tre anni il trend sarà sempre più orientato ai dati destrutturati che peseranno per il 20% del totale di dati gestiti: è quanto mai importante quindi implementare nuove soluzioni analitiche avanzate, favorire lo sviluppo di modelli capaci di identificare i pattern nascosti nei dati, di rappresentare e modellizzare in ottica predittiva la realtà in contesti differenti e sempre più dinamici.
Lo scoglio all’innovazione è più che altro di tipo “culturale”: per Alessandro Furlanetto – consulente con un passato da sistemista e sviluppatore – è una questione di mentalità perché si tende ancora a ragionare come in passato e a considerare il database relazionale come l’unico depositario dei dati che compongono il patrimonio aziendale. Tuttavia con le nuove sfide di oggi diventa prioritario ridurre i tempi di acquisizione e di conversione dei dati e  il problema non è più tanto la conversione dei dati quanto la ricerca di uno strumento che consenta di elaborare gli stessi senza per forza doverli convertire in un formato e struttura comune.
L’utilizzo, ad esempio, di un framework come Hadoop – sottolinea lo stesso Furlanetto – offre la possibilità di gestire tutti i dati non strutturati (come ad esempio quelli provenienti dai social media) e di analizzare le risorse disponibili e ottimizzarle per l’elaborazione dei processi evitando i colli di bottiglia che si generano nei database relazionali.

Si prefigura insomma uno scenario quanto mai nitido: è sempre più importante per le aziende restare al passo con l’innovazione in modo da sfruttare pienamente l’opportunità di integrare le nuove tecnologie emergenti nei propri processi di Business Intelligence.

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Nuovi investimenti in Business intelligence e Analytics: il 2016 inizia in discesa

Il mercato BI e Analytics è in forte crescita rispetto al 2015 di almeno 5 punti percentuali: è quanto emerge dalle ultime analisi di Gartner. Si prefigura un’evoluzione verso cui BI e Analytics sono sempre più dirette: la cosiddetta IT intesa come reportistica fornita come prodotto ultimo dai vari dipartimenti specifici sta cedendo il passo a un business orientato dalla capacità di sfruttare in autonomia e in tempo reale i dati da un numero sempre maggiore di persone. Gli utenti potranno gestire l’estrazione, la profilazione e la creazione ex novo di modelli e dati per l’analisi in modalità “self service“.
Si tratta della cosiddetta nuova BI: più accessibile, agile e capace di penetrare il significato del dato in profondità. La sua accessibilità risiede anche nel fatto che mentre quella tradizionale viene prodotta dall’IT e si basa esclusivamente su analisi e reportistica, la nuova BI è abilitata dall’IT ed è quindi più efficace.

Ormai ogni ambito del business è sempre più influenzato dagli analytics e tutti i reparti aziendali sono dei potenziali utilizzatori di strumenti di BI: tutti i processi decisionali complessi si nutrono di informazioni hard e soft e impiegano capacità di search intelligence e analisi. In questo contesto rientrano e assumono sempre più valore i BIG DATA, che il Prof. Paolo Pasini, Responsabile dell’Osservatorio sulla Business Intelligence della SDA Bocconi School of Management di Milano, ha definito come le “nuove frontiere della conoscenza aziendale e della cultura manageriale”.
Quali vantaggi determinerà la nuova BI per le aziende? A parere di Gartner una drastica riduzione del tempo e delle complessità relative al processo di preparazione all’analisi: il compito di integrare e mescolare i dati passerà quindi dall’utente It all’utente business che dovrà appropriarsi di specifiche competenze.
Per Iam Bertram, managing VP in Gartner, il momento è cruciale: “Il passaggio alla BI moderna e alle piattaforme di analytics ha raggiunto un punto di svolta, le aziende devono arrivare a dominare piattaforme di BI facili da usare, immediate, agili, per estrarre dai dati reale valore di business, indipendentemente dalle sorgenti del dato”.
La tendenza per le aziende italiane, soprattutto per quelle di grandi dimensioni, è assolutamente “pro” BI: si sta determinando un’evoluzione significativa rispetto al 2015 in cui il budget stanziato per l’innovazione si aggirava intorno al 35,5%, nel 2016 l’ambito Business Intelligence, Big Data e Analytics costituisce la priorità di investimento per il 44% dei CIO italiani, segue la digitalizzazione (40%), i sistemi gestionali e ERP (34%), i sistemi CRM (27%), il mobile business (19%), lo sviluppo e il rinnovamento dei Data Center (16%).

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Fonte articolo: Techweekeurope

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