Agile marketing: il futuro è nell’analisi dei dati?

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Fonte notizia: Digital4

L’agile marketing è un processo in cui il flusso di lavoro del marketing è suddiviso in blocchi più piccoli ed esperimenti e i diversi team condividono i dati sui clienti e le transazioni.

L’agile marketing non è altro che una forma di marketing molto mirata che persegue l’obiettivo di offrire in modo rapido e costante una customer experience ottimale e su più canali.  La terminologia è un’evoluzione e un adattamento del concetto di sviluppo agile del software. Il marketing agile – quando ben strutturato – consente ai brand di stare vicino ai loro clienti su più canali digitali (dispositivi mobili, social media, internet, e-mail) e di attuare una proficua collaborazione tra team interdisciplinari condividendo i dati per raggiungere un obiettivo comune.

Come ogni struttura di marketing, l’agile marketing richiede valutazioni e analytics per monitorare i risultati e calibrare le iniziative future. Acquisire, organizzare, elaborare, interpretare le enormi quantità di dati digitali che ogni azienda dispone è il modo più efficace per arrivare e comprendere cosa il consumatore desidera in un dato momento.

Dai risultati di un’indagine di Boston Consulting Group, dedicata proprio al tema dell’Agile Marketing e condotta sui CMO di 30 grandi organizzazioni attive nei settori del largo consumo, dei servizi finanziari, dei viaggi, del retail, della tecnologia e dell’automotive, il rapporto tra brand e consumatori si colloca sempre più in una prospettiva digitale e pertanto non può più prescindere dal ricorso a strumenti analitici. I dati , di fatto, rappresentano il patrimonio più prezioso di qualsiasi azienda ma dietro il loro utilizzo si nasconde un altro problema: quante e quali sono le risorse davvero qualificate e oggi disponibili sul mercato in ambito big data?
La questione delle competenze insomma è un punto chiave anche perché – come sottolinea un top marketer interpellato da Boston Consulting Group – la situazione per molte aziende non sembra essere delle migliori: “non abbiamo lo staff necessario per sperimentare nuovi approcci, riusciamo a malapena a coprire l’ordinaria amministrazione”.
Proprio a causa della mancanza di personale qualificato dall’indagine di BCG emerge come ben il 60% delle organizzazioni non raccoglie sistematicamente i dati come vorrebbe oppure ne fa un uso non ottimale. E anche nelle divisioni marketing più strutturate le figure professionali che si occupano di analytics raggiungono a malapena la trentina di unità.

Occorre – oggi più che mai – potenziare i reparti di analytics con nuove figure professionali che possano raccogliere le nuove sfide e le importanti opportunità che l’analisi dei dati offre ad ogni azienda per battere i competitor e garantire ai propri clienti un livello di customer experience eccellente.

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Retail: come sarà la shopping experience del futuro?

Fonte notizia: Crmwebnews

Offrire ai propri clienti un’esperienza di shopping ricca e coinvolgente: è questo l’obiettivo prioritario nel futuro dei punti vendita. I retailer oggi sono chiamati a prestare attenzione soprattutto a quanto accade in rete, quali sono le preferenze dei consumer e le opinioni sui social, sfruttando le potenzialità della tecnologia e agendo direttamente sull’esperienza dei clienti nei punti vendita, per garantire il mantenimento dell’attività e la loyalty.

La capacità di cambiare e rinnovarsi, la volontà di andare oltre la semplice transazione economica,  la prontezza nell’offrire proprio quei plus che rendono unica e speciale la retail shopping experience: tutte caratteristiche che potranno determinare il successo – o l’insuccesso – di un retailer rispetto a un altro.

Ma nello shopping del futuro cosa permetterà davvero ai retailer di conquistare i clienti?

Lo studio di West Filed CorpHow We Shop Now: What’s Next”, condotto in USA e UK su un campione di oltre 13.000 consumer, ha individuato 5 elementi chiave che qualificheranno la shopping retail experience del futuro.

  1. Pay as you go”: I clienti sono sempre più orientati verso una dimensione che vede il pagamento solo dei servizi utilizzati e solo per il tempo di utilizzo;
  2. Il negozio come spazio di formazione: i clienti considerano il negozio come un luogo in cui apprendere nuove skill e creare relazioni sociali. Almeno il 35% dei consumer inglesi intervistati vorrebbe frequentare dei corsi di lifestyle all’interno dello store. Tra gli argomenti più richiesti troviamo il fitness, la cucina creativa e le lezioni con esperti;
  3. Lo stile di vita prima di tutto: il 20% dei consumer inglesi chiede programmi fedeltà che li premino per lo stile di vita piuttosto che per gli acquisti. Ad esempio i clienti vorrebbero ricevere premi e sconti per la loro attenzione al riciclaggio (29%), all’esercizio fisico (20%), per il tempo dedicato alla famiglia (19%) e al volontariato (10%);
  4. Realtà virtuale anche negli store: i consumer mostrano una propensione per la realtà virtuale che li aiuti a comprendere come i prodotti si adattano alla loro vita quotidiana. Per il 41% degli intervistati in UK le nuove tecnologie potrebbero aiutare a capire come i prodotti possono trovare collocazione nella propria casa, mentre il 33% utilizzerebbe volentieri la virtual assistance per vedere i vestiti addosso prima dell’acquisto.
  5. I 5 sensi protagonisti dello shopping: I clienti ambiscono ad una retail experience che possa stimolare contemporaneamente più sensi anche nella vendita al dettaglio: al primo posto la vista e il tatto, seguono olfatto e udito, mentre il gusto risulta prioritario per il 28% degli intervistati.

 


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Il nuovo Merchandising Customer-Centric

I risultati dei nostri recenti sondaggi Twitter sono davvero molto interessanti:

Le maggiori criticità nella gestione del Merchandising – questo sondaggio ha chiesto ad un’audience di professionals del retailing e della GDO quale, fra quelle proposte, era la scelta più critica nella gestione del merchandising. Sono state proposte opzioni di scelta legate alle scelte gestionali riconosciute universalmente come le più critiche per la gestione del Merchandising:

  1. Scelta dell’area in-store – in cui organizzare il merchandising di un dato prodotto;
  2. categorie/raggruppamenti – di prodotti presso i medesimi display;
  3. design emozionale del dispaly – esistono molti format ormai di display e si cerca sempre di più il coinvolgimento emotivo del consumatore;
  4. visibilità dell’assortimento – intesa in generale e riguardante sia la profondità che l’estensione dell’assortimento proposto.

I risultati sono stati molto interessanti:

le leve più critiche del Merchandising

E’ emersa chiaramente l’importanza delle scelte che fanno riferimento all'”esperienza” del cliente rispetto alle scelte più tradizionali di gestione del “prodotto” o ancor meglio della “categoria”.

Sia la scelta dell’area in-store che la ricerca di un design sempre più emozionale confermano la ricerca dei Merchandiser di soluzioni in cui il coinvolgimento dei clienti è al centro delle loro strategie.

Le analisi più importanti per l’ottimizzazione del Merchandising – Il secondo sondaggio è stato ancora più preciso ed ha richiesto, sempre alla stessa audience di professionals, di esprimere una preferenza sul tipo di analisi di cui vorrebbero disporre per ottimizzare le scelte di Merchandising:

  1. Analisi sui trend delle vendite delle “categorie”;
  2. Analisi sulle visite ed i movimenti in-store;
  3. Analisi sulle preferenze dei consumatori sui format espositivi;
  4. Analisi degli stock di prodotto.

Anche in tal caso i risultati sono molto interessanti e ci danno un’indicazione molto chiara sulle tendenze gestionali su questo fondamentale tema:

analisi a supporto del merchandising

In questo caso vengono premiate apertamente le analisi sulle preferenze dei consumatori e, ancor più significativo, le analisi sulle visite ed i movimenti in-store; l’importanza di questa preferenza, sta, in particolare, nel fatto che in un precedente sondaggio la stessa audience affermava di conoscere ancora molto poco il tema della Indoor Positioning.

Sintesi

Volendo sintetizzare (anche con una piccola forzatura logica) il risultato di entrambi i sondaggi con un unico diagramma possiamo ricorrere al seguente, che evidenzia chiaramente le preferenze dei professionals del Merchandising emerse dai sondaggi:

diagramma unico sui sondaggi

L’aspetto più interessante di questo round di sondaggi è l’affermazione sempre più evidente dell'”intento” di portare il Merchandising sempre più su un piano Customer-Centric e meno Product-Centric. Quanto e come si sta diffondendo nella realtà questo orientamento è ancora oggetto di analisi, anche se abbiamo proprio di recente raccolto interessanti esperienze in tal senso e le abbiamo riportate nei nostri recenti articoli sul tema.

Un nostro vivo ringraziamento va a tutti coloro che ci hanno dato la loro preziosa opinione; continuate a seguirci sul nostro account Twitter per i prossimi sondaggi https://twitter.com/GtaFactory

Grazie!

 

 

 

La “digital transformation” nel mondo del retail

 

Fonte notizia: My Marketing

Dai dati della ricerca PwcTotal retail 2015” emerge che il 60% della popolazione utilizza i canali digitali – pc, tablet e smartphone – per cercare informazioni (e in molti casi anche acquistare) su prodotti e servizi; almeno la metà dei consumatori usa lo smartphone per fare comparazioni di prezzo, ricercare il prodotto e trovare il negozio più vicino con le tecnologie di geolocalizzazione.
La digital transformation ha cambiato per sempre il nostro modo di acquistare e la linea di confine tra mondo fisico e mondo virtuale diventa sempre più sottile: siamo ben oltre ormai il camerino tradizionale, oggi chi entra in uno store ha navigato prima in rete comparando prezzi, taglie e misure, ha consultato opinioni sul prodotto e quindi ha già le idee più chiare, con aspettative ben precise.
A influenzare la digital transformation nel mondo retail sono quattro aree chiave: il riconoscimento univoco degli utenti (User Identity), un percorso personalizzato per ogni cliente (Customer Journey), il presidio di tutti i touchpoint digitali e tradizionali (Omnicanalità) e l’analisi dei dati in tempo reale (Real time data).

Un brand come Ralph Lauren è stato il primo a portare con l’esperimento dei camerini interattivi l’innovazione digitale all’interno dei propri punti vendita connettendo gli ambienti on line con quelli off line. L’idea stessa di punto vendita non è più la stessa non potendo più essere identificata con lo store fisico: il processo d’acquisto ora prevede una forte interazione tra mondo reale e digitale e per questo vince il brand che, come Ralph Lauren, punta su una strategia digitale affine al comportamento e alle esigenze di tutti i consumatori. Individuare i comportamenti e i bisogni dei consumatori consente di conoscere davvero il cliente e la sua personalità in un approccio personalizzato: con le tecnologie Big Data e i sistemi di Customer Identity Management le aziende oggi hanno finalmente la possibilità di raccogliere un’enorme mole di dati provenienti dai diversi punti di contatto fisici e virtuali.
La storia del cliente viene ricostruita in modo sempre più preciso, con aggiornamenti in tempo reale e analisi approfondite così da trasmettere al retailer tutte le informazioni utili a sviluppare strategie di business vincenti.

La digital trasformation è un processo in continua ascesa: basti pensare che a livello mondiale Internet ha raggiunto ad oggi un numero di utenti pari a 3 miliardi, di cui un terzo utilizza regolarmente la rete per fare acquisti.  Secondo i dati dell’Osservatorio eCommerce B2C (Politecnico di Milano e Netcomm) in Italia gli utenti che effettuano almeno un acquisto on line nell’arco di 3 mesi rappresentano più del 36% della popolazione internet, con 11,1 milioni di consumatori abituali che acquistano on line almeno una volta al mese.


optimo retail

 

 

 

 

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Social media selling: come costruire una campagna di inbound marketing efficace sui social

 

Fonte notizia: Digital4

Per inbound  marketing intendiamo una tecnica di marketing in cui non è più l’azienda a veicolare i messaggi indirizzati al proprio audience ma sono proprio i potenziali clienti a scoprire l’azienda dall’esterno.  Il cliente viene insomma conquistato attraverso contenuti utili e interessanti in ossequio ai principi del “permission marketing” per cui è l’azienda a dover, in maniera graduale e non invasiva, ottenere dal consumatore il permesso di comunicare con lui.
Questo approccio è reso possibile anche dalla diffusione sempre più capillare dei social network che di fatto consentono alle imprese di avere un contatto più individuale e immediato con il proprio target. Tuttavia l’enorme potenziale dei social va gestito con attenzione senza mai dimenticare che l’obiettivo ultimo di qualsiasi attività è sempre vendere,  evitando così il rischio di produrre messaggi che attirino valanghe di follower e like ma con zero ricadute sul fatturato.
Vediamo quindi alcuni utili accorgimenti per pianificare una strategia efficace di social media selling.

Nel vademecum per i social le parole chiave sono 3: Target, messaggi e comportamenti. Target: devo sapere a chi mi rivolgo e dove posso trovarlo. Messaggio: devo sapere quali contenuti voglio promuovere. Comportamenti: devo sapere quali reazioni voglio ottenere dal mio target.
Qualsiasi campagna, per essere coinvolgente, deve rivolgersi ad un pubblico ben definito…ma come rintracciarlo?  Google Analytics, in questo senso, ci offre un valido aiuto perché – come sostiene il social media advisor Leonardo Bellini – «permette di avere una vista immediata delle piattaforme social sulle quali sono presenti gli utenti che hanno visitato di recente il nostro sito web convogliando solo su quelle le attività di comunicazione e promozione, senza disperdere le risorse ma procedendo per interazioni successive».

Ma come accade nel marketing tradizionale anche nel social media marketing è la coerenza il valore aggiunto: è importante che tutti i post, i tweet e le condivisioni di contenuti rimandino ai valori e all’immagine aziendale. Non bisogna cadere nel tranello di voler condividere o postare tanti contenuti in modo confusionario con l’obiettivo – peraltro inutile – di accumulare like che in finale non determinano nessuna vendita.
Per attrarre nuovi follower è importante andare al di là del “copia/incolla” del profilo aziendale sull’account social: una strategia efficace prevede invece la creazione di contenuti divertenti e creativi, capaci di coinvolgere e generare interesse, il cosiddetto “social engagement”. Ogni post deve linkare al sito web aziendale in modo da orientare il traffico dei visitatori del social network verso il proprio portale istituzionale.

Per creare contenuti davvero a misura del proprio target può essere molto utile consultare gli strumenti di analytics disponibili gratuitamente su tutte le principali piattaforme social (Facebook, Twitter, Linkedin e Youtube) che permettono di segmentare il pubblico in base a criteri geografici, anagrafici, interessi/hobby e device utilizzato per connettersi alla rete.

Ma come scegliere il social più adatto per il proprio business? La scelta ottimale sarebbe quella di mixare la comunicazione su più social a patto però di non fermarsi al copia/incolla e differenziare con cura i contenuti proposti.

Tuttavia per ogni azienda c’è un ipotetico social d’elezione: Facebook – come sostiene lo stesso Bellini – è il social più indicato per un’azienda locale che ha un punto vendita o uno spazio di contatto con il pubblico, come ad esempio una palestra o un negozio. In particolare se la vendita è al dettaglio e i prodotti/servizi trattati sono unici, divertenti, di tendenza e dal forte impatto emozionale.
Linkedin invece è il social giusto per chi opera nel B2B e desidera rivolgersi ad un pubblico specializzato di professionisti, magari tramite contenuti specifici come analisi di mercato o statistiche.
Twitter è il canale per chi vuole essere sempre aggiornato in tempo reale sui propri interessi e hobby ed è quindi il social più adatto per comunicare con gli appassionati di uno specifico argomento, selezionando con particolare attenzione gli hashtag che su questo social fanno davvero la differenza.
Strumenti on line come Hashtracking o Twitonomy si rivelano particolarmente utili per scoprire gli hashtag più utilizzati dai cosiddetti “influencer”,  i profili maggiormente seguiti su twitter.
Instagram e Pinterest, infine, sono i social delle immagini e pertanto rappresentano la scelta più indicata per le aziende del settore design e moda.

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OPTIMO RETAIL, LA TECNOLOGIA RIVOLUZIONA IL MONDO DEL RETAIL

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Da una partnership tra Gta Factory e Gipstech, realtà innovative nel panorama tecnologico italiano, arriva la nuova soluzione di marketing analytics per il retail.

«Optimo Retail – dichiara Domenico Greco, ceo di Gta Factory – nasce da un’ambizione condivisa con Gipstech: utilizzare la tecnologia avanzata per innovare il settore retail. E nel mondo del retail oggi c’è un profondo gap: la marketing analytics legata all’indoor positioning è ancora un settore quasi sconosciuto, almeno in Italia ad oggi non ci sono ancora, se non a livello embrionale, soluzioni di marketing analytics che sfruttino la geolocalizzazione degli interni ».
La soluzione creata da Gta Factory in partnership con Gipstech manifesta una chiarezza d’intenti già a partire dal suo nome: “optimo” è il punto focale di un prodotto che aiuta ad ottimizzare la gestione degli store nei suoi punti chiave, dal marketing almerchandising passando per la customer loyalty. Ma chi sono i potenziali fruitori di Optimo Retail?
«Ci rivolgiamo – afferma Domenico Greco –  in particolare alle aziende della Grande Distribuzione Organizzata, più in generale alle figure manageriali che sono maggiormente coinvolte nelle problematiche di Retailing Marketing: i Sales Manager, i Brand Manager ed i Category Manager che fronteggiano ogni giorno le criticità del settore. Chi si occupa di gestire le performance degli store e di intere categorie di prodotti o chi gestisce il merchandising e le promozioni nei vari reparti si ritrova quotidianamente a dover prendere tante decisioni strategiche da cui molto spesso discende il successo di un’intera organizzazione. Optimo Marketing supporta a 360° il processo decisionale rendendo semplici ed efficaci tutti gli interventi di ottimizzazione che servono a gestire nel modo migliore uno store».

«Optimo Retail è una soluzione – come sottolinea ancora Domenico Greco – modulare, scalabile e completamente cloud, con tanti vantaggi e benefici, il più importante è senza dubbio quello di migliorare le performance di store e reparti».

E per chi fosse interessato ad acquisire maggiori informazioni sul prodotto? «richiedere una demo di OptimoRetail – assicura Domenico Greco – è molto semplice, organizzarla ancora di più: con un solo giorno di preavviso possiamo presentare al potenziale cliente una demo con contenuti personalizzati per le sue esigenze. Inoltre è già attivo il  sito web dedicato al nostro progetto: invito tutti  a visitare www.optimoretail.it .
Navigando il sito è possibile reperire tante informazioni utili su Optimo Retail, presto pubblicheremo on line anche una “demo preview”  che riassuma tutte le potenzialità del nostro prodotto».

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Viewability e Targeting: nuove metriche per la pubblicità on line

 

Fonte notizia: Digital4

Non tutti i banner sono ugualmente efficaci e, soprattutto, godono della stessa visibilità: una problematica che molto spesso incide sull’ottimizzazione del ROI,  chi investe in pubblicità on line lo sa bene. Proprio per fronteggiare queste criticità si stanno affermando nuovi sistemi di misurazione per l’adv on line: la viewability e il targeting.
La viewability è il parametro per valutare se la pubblicità erogata in rete è stata effettivamente vista. Molto spesso infatti un banner non viene visualizzato perché magari posizionato in una parte della pagina non visibile all’utente. Ma quando un annuncio pubblicitario si può considerare “visto”?
Il Media Rating Council ha definito uno standard per cui una impression si considera “in view” quando almeno il 50% dei suoi pixel è visualizzato per un secondo. Come è facile immaginare, la percentuale reale di visualizzazione è al di sotto del 100% essenzialmente per due motivi: molti utenti abbandonano una pagina (aperta magari per errore) prima di un secondo; la finestra del browser può non essere impostata in modalità full-screen.
L’altra metrica di misurazione delle performance, di recente introdotta sul mercato, si riferisce all’efficacia del targeting ossia alla percentuale di impression che raggiungono il target desiderato di una campagna, in altri termini è un parametro per valutare se la pubblicità erogata in rete è stata vista dal target giusto. Una campagna può non risultare in-target magari a causa di un limitato aggiornamento dei dati demografici o di cookie presenti in dispositivi condivisi da un maggior numero di persone.
Viewability e targeting rappresentano quindi due parametri molto utili principalmente ai grandi investitori pubblicitari per ottimizzare il ROI delle proprie campagne di adv on line.
Ma l’advertising analytics resta un territorio tuttora da esplorare, c’è la possibilità di fare analisi e misurazioni ancora più approfondite che in futuro potranno acquisire un’importanza sempre maggiore.
È il caso ad esempio della Brand Safety, è il parametro per valutare la coerenza del contenuto pubblicitario rispetto al publisher che lo ospita e consentirebbe ai brand di essere sempre a conoscenza dei siti e delle pagine in cui i loro messaggi pubblicitari saranno visualizzati dagli utenti.

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Il valore della customer experience in-store

 

Fonte notizia:Crmwebnews

Un livello di loyalty costante e durevole nel tempo: è l’obiettivo di qualsiasi retailer. Oggi il mobile e la tecnologia hanno modificato profondamente le abitudini e i comportamenti dei consumatori al punto che questi ultimi sono diventati sempre più esigenti e alla ricerca di una “experience” ottimale in tutti i punti di contatto, sia che si tratti di un e-commerce che di un negozio fisico.
Ma attualmente i retailer sono davvero all’altezza delle aspettative dei loro clienti?

Secondo lo studio di iVend “Europe and North America: a study in omnichannel contrast” il 33% dei consumatori intervistati nel confronto tra l’esperienza on line e quella in-store  ha riscontrato un livello di servizio meno efficace.
In particolare molti ritengono l’e-commerce più comodo rispetto allo store e al tempo stesso il 22% di loro si dichiara insoddisfatto della store experience una volta effettuato l’acquisto in rete.

Ma quali sono i vantaggi dello shopping on line rispetto a quello in-store?

Al primo posto la tecnologia: l’acquisto on line permette ai retailer di rilevare e monitorare acquisti e abitudini e quindi di acquisire dati importanti su cui basare strategie di web marketing personalizzate su ciascun cliente. Altro vantaggio è la più facile interazione con i clienti e la possibilità di offrire assistenza e informazioni.

Capire come il cliente si approccia al negozio fisico e il suo comportamento all’interno, in che modo personalizzare le interazioni con i clienti, come aumentare la customer loyalty e in quale modo gestire le attività cross-channel: obiettivi importanti che i retailer devono perseguire per garantire ai propri clienti una customer experience di valore e assicurarsi un eccellente livello di loyalty.

La ricerca di iVend individua alcune strategie efficaci per  superare finalmente il divario tra shopping on line e off line e garantire nei negozi la stessa esperienza che i clienti hanno on line:

  • Qualità, servizio personalizzato e soluzioni di clienteling per venire incontro alle esigenze dei consumatori;
  • Offrire la possibilità ai consumatori di utilizzare il mobile anche all’interno dei negozi;
  • Tecnologia self-service anche all’interno degli store così da consentire ai clienti di cercare e reperire informazioni sui prodotti;
  • Tracciare i comportamenti d’acquisto dei clienti per assicurarsi una loyalty durevole nel tempo.

La sfida ai retailer è lanciata: potenziare il valore della customer experience anche nei negozi tradizionali così che ogni punto di contatto e ogni canale sia perfettamente integrato con gli altri.

Ma oggi c’è una grande novità per il mondo del retail: da una partnership tra Gta Factory  e Gipstech nasce OptimoRetail, la nuova soluzione “ready to go” per l’analytics in-store.
Scopri di più guardando il video!

 

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Retail, proximity marketing e mobile marketing: il futuro è già qui…

Il proximity marketing è un mix di marketing strategico e tecnologia che consente un’interazione di prossimità con l’utente; in altre parole con il proximity marketing abbiamo la possibilità di veicolare attraverso uno strumento hardware e uno software contenuti multimediali verso determinate persone in base alla loro posizione. Lo strumento hardware è il beacon, un piccolo trasmettitore che funziona tramite Bluetooth e individuando i device nel loro raggio di azione consente un’interazione con lo spazio circostante. Lo strumento software, invece, non è altro che una piattaforma che mette in contatto il beacon con il device stesso.

Con il proximity marketing l’utente -nel corso di una visita a un museo, a un negozio, o a una fiera – avvicinandosi ad un hotspot riceve sul suo dispositivo mobile una serie di contenuti multimediali attinenti, al tempo stesso il fornitore di quei contenuti ha la possibilità di ricevere e organizzare dati e informazioni sull’utente in questione. L’obiettivo è suscitare nel potenziale cliente interesse, coinvolgimento e disponibilità all’acquisto.

I vantaggi di questa nuova tecnologia sono innegabili: la possibilità di “dare voce” a spazi, aziende, negozi e opere non è altro che un modo innovativo di arricchire l’esperienza del visitatore/cliente. Non c’è più bisogno di volantini, brochure o depliant: tutte le informazioni, gli extra, le offerte e le promozioni a cui il potenziale cliente può essere interessato arrivano direttamente sul display del suo dispositivo mobile, che sia smartphone, tablet o ipad.

Il proximity marketing è strettamente legato all’indoor positioning che è il posizionamento o tracciamento negli spazi chiusi. L’indoor positioning, anziché servirsi di una rete di satelliti come nel caso del GPS, sfrutta una rete di sensori che rilevano la posizione degli oggetti o delle persone da tracciare.

Arricchire l’esperienza dell’utente in un contesto microgeolocalizzato diventa possibile in tante occasioni e in differenti contesti: teatri, concerti, aeroporti, ristoranti, scuole, università. O magari nel caso di una conferenza, o di un corso: qualsiasi evento può lanciare un’azione di proximity fornendo contenuti rilevanti all’utente nel punto e nel momento preciso dell’interazione. Nel caso di un workshop, ad esempio, potremmo scaricare contenuti correlati a quanto stiamo seguendo in quel momento, come anche dialogare in differita su una “message board” con le altre persone presenti nello stesso luogo.

Ma l’ambito retail è probabilmente quello più affine al proximity marketing: collocando, infatti, i beacon sulla vetrina i negozianti possono inviare contenuti e notifiche anche a chi sosta semplicemente davanti al punto vendita perché attirato dalla merce in esposizione. Posizionando invece i beacon sugli scaffali o in prossimità di offerte speciali si ha la possibilità di fornire informazioni dettagliate sui vari prodotti, come anche contenuti emozionali o semplicemente raccogliere feedback dai visitatori. Il proximity marketing è poi molto efficace per campagne di coupon e raccolta punti consentendo di distribuire buoni sconto personalizzati e temporizzati a chi visita per la prima volta il negozio come anche ai clienti abituali.

Il proximity marketing si rivela decisamente utile per analizzare il comportamento dell’utente in-store: ogni spostamento del dispositivo mobile dell’utente viene tracciato e diventa così possibile individuare in tempo reale i percorsi all’interno del negozio, le zone più frequentate e con la migliore conversione in acquisti in modo da gestire con maggiore consapevolezza la disposizione degli spazi. In altri termini con questa nuova tecnologia si può ottimizzare un semplice store proprio come fosse un e-commerce e aumentare in modo significativo il ROI delle varie iniziative di marketing.

Il mondo del retail è cambiato: il futuro è già qui!

 

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Analytics, droni e non solo: i trend tecnologici per il 2016 nella top 10 di Gfk

 

Fonte notizia:Brand-news

Siamo sempre più connessi, la tecnologia è entrata ormai da protagonista nelle nostre vite trasformando in parte anche le nostre abitudini.
GfK ha elaborato il report “Tech Trend 2016” nel quale individua le 10 principali innovazioni in campo tecnologico che nel 2016 rivoluzioneranno ancora di più la nostra quotidianità.

  1. INVISIBLE ANALYTICS I dati sempre più alla ribalta. Basti pensare alle continue tracce che i consumatori lasciano nelle loro interazioni on line con le imprese: attingere a questi dati significa conoscere ad esempio cosa ordinano nei loro acquisti, o a che ora usano l’home banking, quali annunci consultano e quali marchi preferiscono. La possibilità di raccogliere i dati in modo passivo, “invisibile”, sarà sempre più importante per le aziende che desiderano capire a fondo il consumatore e le sue abitudini.
  2. REALTÀ VIRTUALE Ne abbiamo conosciuto le potenzialità finora nel campo dell’intrattenimento ma nulla vieta di pensare che in futuro la realtà virtuale potrà essere applicata anche in altri settori, come ad esempio l’istruzione, i viaggi o il retailing. Proprio di recente Facebook ha dichiarato di voler costruire un dispositivo che consentirà alle persone di essere ovunque, con chiunque e in qualsiasi momento, indipendentemente dai confini geografici.
  3. TECNOLOGIE INDOSSABILI Smartwatch, localizzatori GPS, fitness tracker: la tecnologia da indossare incontrerà nel 2016 sempre maggiori consensi tra il pubblico;
  4. SMART HOME Dal report di GFK emerge come nei prossimi 5 anni le tecnologie connesse alla “casa intelligente” avranno un impatto ancora più determinante nella vita quotidiana;
  5. DRONI Sempre più tecnologici e sempre meno costosi: questi dispositivi si avvicinano al grande salto dal mercato dell’hobbistica a quello mainstream: già oggi vengono spesso utilizzati a scopi commerciali (riprese aeree, mappatura paesaggio, consegne di merci) e si continua a investire sui droni anche perché hanno potenzialità ancora da esplorare.
  6. INTELLIGENZA ARTIFICIALE Il Financial Times non ha dubbi: “L’intelligenza artificiale è la tendenza più interessante negli investimenti in start-up dall’avvento dei Big Data”. I giganti dell’hi-tech come Facebook, Apple e Google hanno già avviato significativi investimenti in questo settore.
  7. VIDEO Entro il 2019 l’80% del traffico internet sarà costituito da contenuti video: è facile immaginare come potenzialità enormi possano profilarsi per le imprese da un mercato in continua evoluzione come questo.
  8. PAGAMENTI VIA MOBILE Nuove abitudini di pagamento per i consumatori che sembrano sempre più propensi a pagare beni e servizi direttamente dal proprio smartphone.
  9. AUTOMOBILI CONNESSE Negli ultimi 5 anni con la diffusione degli smartphone l’auto sempre connessa è diventata un “must” per molti guidatori.
  10. STAMPA 3D L’abbattimento dei costi e l’accessibilità della tecnologia fa presagire dal 2016 in poi una capillare diffusione della stampa 3D per consumatori e imprese.

I dati rappresentano le vere “guest star” del 2016: non è un caso se i 10 trend individuati da GfK  riguardano – direttamente o indirettamente – i dati e l’analytics.

Geomarketing guida alle decisioni strategiche di un dealer

 

 

 

GEO-MARKETING-Guida alle decisioni strategiche di un dealer

Scopri come valutare i comportamenti d’acquisto dei tuoi clienti in base alla loro localizzazione e implementa strategie di marketing vincenti con il supporto dei DATI GEOREFERENZIATI.

ACCEDI al download gratuito del white paper di Gta Factory GEO-MARKETING- Guida alle decisioni strategiche di un dealer

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