Contamination Lab Cosenza: davvero nessun BP sopravvive all’impatto con il cliente?

clab1

 

Venerdì 10 giugno si è concluso il Quarto Ciclo del Contamination Lab all’Università della Calabria: Gta Factory ha presenziato alla giornata finale e per l’occasione ha partecipato il fondatore Domenico Greco con un interessante speech dal titolo “Davvero nessun Business Plan sopravvive al primo contatto con il cliente?” (Scarica gratuitamente da qui il pdf originaleSpeech_10 giugno 2016_CLab_Unical_pubblico )

Il quesito, volutamente provocatorio, esprime bene il primo grande scoglio che ogni startupper deve affrontare nel momento in cui si accinge a preparare un business plan: la reazione del cliente, le sue aspettative/esigenze, il suo approccio ai prodotti/servizi che si intende proporre. Nel ciclo di vita di una start-up si concentrano fondamentalmente due approcci: l’approccio a cascata (il cosiddetto “waterfall approach“) e l’approccio lean (il cosiddetto “lean start-up” di cui abbiamo già parlato nel nostro insight DIMENSIONE START-UP: PARTIRE LEGGERI CON IL METODO LEAN START-UP ).
La strategia per uno startupper passa attraverso l’equilibrio tra questi due approcci valutando caso per caso e momento per momento quale tra i due sia preferibile adottare, a seconda dei fattori in gioco (maturità del mercato obiettivo, predisposizione al rischio finanziario, competenze disponibili ecc.) che potrebbero di fatto orientare la scelta.
Domenico Greco ha concluso il suo intervento con alcuni utili consigli per gli studenti dell’Unical, futuri startupper.
Vediamone alcuni:
“Gli errori sono una fonte di apprendimento, vanno accolti positivamente ed attentamente studiati”.
“Fare start-up significa ripetere un ciclo di fallimenti sino alla scoperta definitiva del proprio modello di business. Non abbattersi è fondamentale”.
“Imparate ad organizzare il vostro apprendimento; comunicate e condividete i progressi”.

We 💙 SOCIAL SHARING…and you? FacebookTwitterGoogle+LinkedIn

Contamination Lab Cosenza: il workshop di Gta Factory

Customervalidation

Oggi si conclude il Quarto Ciclo del Contamination Lab: il prossimo insight sarà dedicato all’intervento di Domenico Greco, fondatore di Gta Factory, dal titolo “Davvero nessun Business Plan sopravvive al primo contatto con il cliente?”

In questo insight invece ripercorriamo le tematiche di “Customer Validation“, il workshop formativo che, sempre nell’ambito del Contamination Lab, Domenico Greco ha tenuto agli studenti dell’Unical il 28 maggio 2016.

Il workshop è partito da due quesiti fondamentali: Come si struttura una Value Proposition? Come possiamo accorgerci da subito se la nostra idea di prodotto/mercato può funzionare?
Con il supporto dei modelli Canvas e alcuni esempi pratici, uno su tutti il caso Tesla per mostrare come si definisce una VP, Domenico Greco ha mostrato ai ragazzi come si definisce un customer profile: elencare i risultati e i benefici desiderati dai potenziali clienti per quel determinato prodotto, quindi definire i “job” cioè quelle attività che i clienti cercano di portare a termine, i problemi che cercano di risolvere e i bisogni che vorrebbero soddisfare, nonché le difficoltà che possono infastidirli nel tentativo di svolgere o portare a termine un job.
Il passaggio successivo è stato definire una value map all’interno della quale vengono elencati i prodotti e i servizi su cui si basa la proposta di valore, si delinea esplicitamente come produrre risultati e benefici desiderati dai clienti, si descrive esattamente come quei prodotti e servizi alleviano specifiche difficoltà riscontrate dai potenziali clienti.
Infine i ragazzi sono stati inviati a stilare le proprie ipotesi e simulare le proprie idee di impresa attraverso dei “test” utili non soltanto a dare risposta ai quesiti da cui era inizialmente partito il workshop ma anche a verificare il “fit” cioè la corrispondenza tra la loro idea di start-up e le effettive esigenze del potenziali clienti/mercato di riferimento.

We 💙 SOCIAL SHARING…and you?

Facebook
Twitter
Google+
LinkedIn

 

Contamination Lab: Start-up e Università insieme per innovare…

 

Start-up e Università: due mondi diversi e apparentemente lontani…ma ne siete proprio sicuri?

Immaginate studenti di facoltà diverse riuniti all’interno di una stanza, a loro disposizione gli strumenti per coltivare un’idea e al loro fianco docenti e imprenditori che li coinvolgano in un percorso formativo insegnando loro la  cultura dell’imprenditorialità. Obiettivo? dare sfogo all’innovazione e contribuire alla nascita di nuovi progetti e, perché no?, di nuovi startupper.  Il metodo? La contaminazione: tra persone, professionalità, regioni geografiche. E’ quanto sta accadendo in molti atenei italiani con i “Contamination Lab” che – come si legge nelle linee guida del Ministero dell’Istruzione, promotore di questi laboratori- sono spazi ritagliati dentro le università per offrire agli studenti “un ambiente stimolante per lo sviluppo di progetti di innovazione a vocazione imprenditoriale”.

Nei Contamination Lab studenti di materie diverse e appartenenti a diversi gradi di studio (dai corsi triennali ai dottorati) e attori del mondo produttivo, come imprese, imprenditori e camere di commercio, si incontrano in seminari e workshop mescolando le proprie creatività e mettendosi in gioco in vere e proprie sfide progettuali.
Anche quest’ anno l’Università della Calabria, come altri atenei italiani, non ha saputo resistere al fascino della “contaminazione” e proprio ad aprile 2016 presso l’Unical sono iniziate  le attività del Quarto Ciclo del Contamination Lab Cosenza,  con una serie di  eventi formativi e “warm up project” di base (i cosiddetti “CLab Gym“) ma anche progetti innovativi interdisciplinari più ambiziosi (i cosiddetti “CLab Challenge“) che hanno visto la partecipazione di studenti e laureati dinamici e competenti e l’eccezionale supporto di diversi esponenti del mondo accademico e dell’imprenditoria.

sdr

Domani, 10 giugno 2016 h.10.00, il Quarto Ciclo del Contamination Lab Cosenza volgerà al termine : anche Gta Factory sarà presente e per l’occasione interverrà  il fondatore Domenico Greco che esporrà agli studenti una presentazione dal titolo: “Davvero nessun Business Plan sopravvive al primo contatto con il Cliente?”

Da qui potete consultare tutti gli appuntamenti della giornata conclusiva all’Unical: CLab Cosenza – Final Challenge – il programma

Nei prossimi insight: gli aggiornamenti sulla conclusione del Contamination Lab Cosenza, con slide e approfondimenti dedicati in particolare alla partecipazione di Gta Factory. Continuate a seguirci!

 

We 💙 SOCIAL SHARING…and you? FacebookTwitterGoogle+LinkedIn

 

 

 

Start-Up: in Italia il 2015 è stato l'”anno felix” per l’occupazione

Fonte notizia: Ministero Sviluppo Economico

Dai dati dell’ultimo rapporto del MiSE (Ministero dello Sviluppo Economico, “Relazione annuale al Parlamento sullo stato di attuazione della normativa a sostegno delle start-up e delle PMI innovative”) pubblicato a settembre 2015 emerge come in Italia siano oltre 5 mila le start-up innovative iscritte al Registro delle Imprese e danno lavoro a circa 24 mila persone. Un trend che nel corso degli anni ha registrato una crescita costante tanto che a fine dicembre 2015 sono risultati iscritti 36 incubatori certificati, quasi tre quarti dei quali ubicati al Nord, il 25% al Centro e uno soltanto al Sud (in Sardegna): impiegano nel complesso 322 addetti, in media 11 a impresa, con un picco che sfiora le 71 unità. Un’occupazione che non conosce discriminazioni: la metà delle start-up ha almeno una donna nella propria compagine aziendale, mentre il 12% delle start-up impiega almeno uno straniero. Tra i settori dove la sperimentazione e la ricerca dell’innovazione è più forte spiccano software, informatica(1.500 start-up) e ricerca e sviluppo (700 start-up).

I progetti di start-up registrano inoltre un discreto margine di sopravvivenza: dal 1 gennaio 2014 sono soltanto 59 le start-up cessate.

L’obiettivo per il futuro è ambizioso: arrivare nel 2017 con 7.500 start-up innovative. I finanziamenti nel 2015 non sono mancati: si calcola un totale di 255 milioni di euro e per il Fondo Smart & Smart Italia sono stati ammessi ai finanziamenti 190 progetti per un valore di 98 milioni di euro.

Per l’ex Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi nonostante i numeri molto incoraggianti tante sfide restano ancora aperte, tre su tutte: “internazionalizzare l’ecosistema italiano dell’imprenditoria innovativa, rafforzare il mercato degli investimenti in capitale di rischio, moltiplicare e infittire i legami tra mondo della ricerca e impresa e tra imprese tradizionali e nuove imprese innovative“.

We 💙 SOCIAL SHARING…and you?  FacebookTwitterGoogle+LinkedIn

 

Dimensione Start-Up: più innovazione alla tua impresa con il Business Model Canvas

canvasss

 

Fonte notizia: Business Model Canvas

Dimensione Start-up” è un breve viaggio in 3 insights alla scoperta dell’affascinante mondo delle “start-up”.
In questo terzo insight parleremo del Business Model Canvas e del visual thinking.
Il Business Model Canvas è un metodo proposto dall’imprenditore svizzero Alexander Osterwalder e poi sviluppato da lui insieme a Yves Pigneur, Alan Smith e una community di 470 esperti in 45 paesi del mondo: il culmine arriva con la pubblicazione del libro Business Model Generation, oggi un best seller a livello mondiale tradotto in 26 lingue.
Il Business Model Canvas è uno strumento strategico per creare e sviluppare modelli di business innovativi, spiega come un azienda crea, distribuisce e acquista valore, si compone di un framework di 9 blocchi che costituiscono gli elementi base di ogni impresa:

  1. Customer Segment: i clienti a cui vendi i tuoi prodotti/servizi;
  2. Value Proposition: la proposta di valore con i prodotti/servizi offerti dalla tua azienda;
  3. Channels: i canali di distribuzione e contatto con i tuoi clienti;
  4. Customer Relationships: le relazioni che si creano con i  tuoi clienti;
  5. Revenue Streams: il flusso di incassi derivante dalla vendita dei tuoi prodotti/servizi;
  6. Key Resources: le risorse chiave per produrre il valore da offrire al tuo cliente;
  7. Key Activities: le attività chiave che fanno sì che il tuo modello di business funzioni;
  8. Key Partnerships: i partner chiave con cui la tua impresa dovrà  allearsi e definire accordi strategici;
  9. Cost Structure: i costi di struttura che la tua azienda dovrà sostenere

Il Business Model Canvas è costruito sulla logica del visual thinking: il pensiero si fa processo visuale e trasforma concetti, idee e programmi complessi in immagini semplici. Il visual thinking altro non è che una tecnica per rappresentare visivamente le informazioni e i processi semplificandone la comprensione e la memorizzazione. Il linguaggio utilizzato nel Business Model Canvas diventa così più facile e immediato, comprensibile a tutti. Il Business Model Canvas ha  di fatto rivoluzionato il modo di rappresentare un business model apportando un importante vantaggio comunicativo: tutti possono comprendere facilmente elementi complessi che riguardano il funzionamento di un’intera azienda.

Creare il modello di business di una nuova azienda, o ridisegnare il business model di un’impresa già esistente, con questo metodo diventa un processo partecipativo, ideativo e coinvolgente: le idee si trasformano in progetti da realizzare, implementare, modificare, il team viene stimolato al lavoro di gruppo. Il Business Model Canvas può infatti essere stampato in grandi dimensioni e il team può iniziare a disegnare e discutere gli elementi del modello di business utilizzando post-it e pennarelli: in tal modo si favorisce la comprensione, la discussione e l’analisi del business ma anche la creatività e la condivisione delle idee.

Il Business Model Canvas è stato testato, verificato e applicato con successo a livello mondiale da numerose aziende (tra le più note Ericsson, Coca-Cola, Capgemini e Deloitte) e viene attualmente insegnato a livello accademico in Centri di formazione nazionali ed internazionali, come ad esempio Stanford e Berkeley University.

 

We 💙 SOCIAL SHARING…and you? FacebookTwitterGoogle+LinkedIn

Dimensione Start-up: partire leggeri con il metodo Lean Start-up

Dimensione Start-up” è un breve viaggio in 3 insights alla scoperta dell’affascinante mondo delle “start-up”.

In questo secondo insight parleremo della metodologia Lean Start-up. L’assioma fondamentale è : l’innovazione più utile è quella di cui c’è già un reale bisogno da parte degli utenti, tutto il resto – se non soddisfa un bisogno – si rivela uno spreco. Anzi l’idea base dell’approccio Lean è proprio quella di aumentare l’efficienza di un processo produttivo riducendo o eliminando qualsiasi tipo di spreco come, ad esempio, spese e attività superflue o risorse accessorie e non indispensabili.

Ad introdurre per la prima volta nel mondo dell’imprenditoria start-up il metodo Lean è stato l’imprenditore americano Eric Ries, è stato proprio lui a portare avanti l’idea che tutto quello che non concorre a soddisfare un reale bisogno espresso dal mercato si rivela un inutile spreco. E per spreco intendiamo la creazione di un prodotto – o di un servizio – che nessuno vuole e che quindi non apporterebbe alcuna innovazione o miglioramento significativo nel settore di riferimento.
Il processo operativo del metodo Lean si inserisce in un ciclo anche noto come ciclo build, measure, learn (costruisci, misura, impara) ovvero:
BUILD: costruisci il tuo prodotto/servizio nel più breve tempo possibile;
MEASURE: misura i risultati che ottieni;
LEARN: impara dai dati ottenuti come potresti migliorare il tuo prodotto.

Secondo i principi del metodo Lean Startup niente è vero finché non è passato attraverso il meccanismo di “build-measure-learn” e l’idea non può iniziare a concretizzarsi senza aver prima verificato che il problema esista davvero, sia avvertito dal target selezionato e sia abbastanza forte al punto da portare con sé il bisogno di essere risolto.
Nell’ottica di riduzione degli sprechi è fondamentale nel processo di sviluppo di un prodotto alimentare un flusso continuo di feedback tra la start-up e i suoi clienti per garantire un apprendimento costante e verificare ogni singola ipotesi alla base dell’idea di business.

L’approccio Lean – teorizzato nel libro di Eric Ries “Partire Leggeri. Il metodo Lean Start-up: innovazione senza sprechi per nuovi business di successo”  – consente all’imprenditore di partire con leggerezza, senza fronteggiare tempi e costi eccessivi, testando la propria visione di business attraverso un’interazione continua con l’ambiente e il mercato, adattando i propri prodotti/servizi ai reali desideri dei clienti e destinando – in virtù di tali scelte- l’idea imprenditoriale a maggiori probabilità di successo.

Quello teorizzato da Ries è un approccio radicale per il lancio di tutte le iniziative innovative – siano imprese esordienti o progetti nuovi all’interno di grandi aziende già avviate – che aiuta a varcare la nebbia dell’incertezza rilevando un percorso verso un business sostenibile, con minori tempi e costi e, soprattutto, con meno rischi di fallire.

 

We 💙 SOCIAL SHARING…and you?  FacebookTwitterGoogle+LinkedIn

Dimensione Start-up: 4 step per il successo. Il modello Customer Development

 

Fonte notizia: Business Model Canvas

Dimensione Start-up” è un breve viaggio in 3 insights alla scoperta dell’affascinante mondo delle “start-up”.

In questo primo insight parleremo del modello customer development.

Nella fase di creazione di una start-up ogni imprenditore si trova davanti alla necessità non soltanto di sviluppare un nuovo prodotto/servizio ma anche – e soprattutto – di sviluppare un mercato per quel determinato prodotto/servizio.
È qui che entra in gioco il Customer Development che altro non è se non quel processo che aiuta l’imprenditore ad orientarsi nel percorso conoscitivo dei clienti della sua futura azienda e del mercato in cui essi si muovono.
Un percorso non facile nel quale la start up deve superare diversi ostacoli:

  • verificare la presenza di un potenziale mercato;
  • verificare la presenza di un pubblico disposto a pagare per la value proposition che si sta immaginando;
  • creare effettivamente il mercato per quel determinato prodotto.

Nel momento in cui ognuna di queste attività di scoperta, apprendimento e test si conclude positivamente, non ci sono più ostacoli per sviluppare una vera start-up di successo.

Il modello Customer Development può essere definito come il processo di sviluppo del cliente: ci troviamo davanti ad un ciclo iterativo attraverso cui è possibile testare e ritestare sul campo il proprio modello di business, cercando di risolvere le criticità e superarne i limiti prima ancora di lanciarlo sul mercato. In questo modo si può verificare già da subito quali potenzialità ha il modello creato e scegliere quindi se perseguirlo, modificarlo o abbandonarlo con un notevole risparmio di tempo e di denaro.

Il modello è stato ideato da Steve Blank, noto imprenditore della Silicon Valley e professore alla Stanford e alla Berkeley University, nel suo libro “Four Steps for the Epiphany” e si realizza attraverso un processo che si compone di 4 differenti step.

  1. CUSTOMER DISCOVERY:in questa fase si cerca di capire se quanto l’azienda ha immaginato può trasformarsi in un prototipo da testare. Quindi un prototipo del prodotto/servizio viene sottoposto all’attenzione del consumatore per verificare se c’è da parte sua un feedback positivo, un particolare apprezzamento che indichi compatibilità con alcune rilevanti esigenze.
  2. CUSTOMER VALIDATION: in questa fase si analizzano i feedback ricevuti dai potenziali clienti e si comincia a testare sui consumatori il modello di business mettendo a punto un processo di vendita ripetibile, stabilendo prezzo e canali di vendita ma sempre su piccola scala;
  3. CUSTOMER CREATION: una volta effettuati numerosi test e trovata la modalità più adatta, il passo successivo è creare e sostenere una domanda finale su larga scala per l’utente e fare in modo che quella stessa domanda entri nei canali di vendita progettati dall’azienda.
  4. COMPANY BUILDING: è l’ultima fase nella quale avviene la costruzione vera e propria dell’azienda con la sua struttura e i suoi processi.

 

Il processo che sta alla base del Customer Development prevede lo sviluppo di un prodotto/servizio nelle sue caratteristiche di base che andrà poi testato dal consumatore prima del rilascio di una versione più completa e della commercializzazione su larga scala: è il cosiddetto “Minimum Viable Product”, per usare la definizione di Eric Ries, imprenditore e pioniere del movimento Lean Start-up (di cui tra l’altro avremo modo di parlare nel prossimo insight). Ci troviamo davanti ad una metodologia decisamente vantaggiosa soprattutto per lo sviluppo di applicazioni web e prodotti intangibili perché si ha la possibilità di testare prima le reali prospettive di mercato evitando di investire da subito nella creazione vera e propria di un’azienda.

Il Customer Development offre la possibilità all’imprenditore di migliorare il proprio approccio business passando da una logica orientata al prodotto ad una più orientata al cliente, diciamo pure “customizzata”, andando incontro alle reali esigenze del mercato e quindi a maggiori possibilità di successo.

We 💙 SOCIAL SHARING…and you?

Facebook
Twitter
Google+
LinkedIn

Agile marketing: il futuro è nell’analisi dei dati?

download

Fonte notizia: Digital4

L’agile marketing è un processo in cui il flusso di lavoro del marketing è suddiviso in blocchi più piccoli ed esperimenti e i diversi team condividono i dati sui clienti e le transazioni.

L’agile marketing non è altro che una forma di marketing molto mirata che persegue l’obiettivo di offrire in modo rapido e costante una customer experience ottimale e su più canali.  La terminologia è un’evoluzione e un adattamento del concetto di sviluppo agile del software. Il marketing agile – quando ben strutturato – consente ai brand di stare vicino ai loro clienti su più canali digitali (dispositivi mobili, social media, internet, e-mail) e di attuare una proficua collaborazione tra team interdisciplinari condividendo i dati per raggiungere un obiettivo comune.

Come ogni struttura di marketing, l’agile marketing richiede valutazioni e analytics per monitorare i risultati e calibrare le iniziative future. Acquisire, organizzare, elaborare, interpretare le enormi quantità di dati digitali che ogni azienda dispone è il modo più efficace per arrivare e comprendere cosa il consumatore desidera in un dato momento.

Dai risultati di un’indagine di Boston Consulting Group, dedicata proprio al tema dell’Agile Marketing e condotta sui CMO di 30 grandi organizzazioni attive nei settori del largo consumo, dei servizi finanziari, dei viaggi, del retail, della tecnologia e dell’automotive, il rapporto tra brand e consumatori si colloca sempre più in una prospettiva digitale e pertanto non può più prescindere dal ricorso a strumenti analitici. I dati , di fatto, rappresentano il patrimonio più prezioso di qualsiasi azienda ma dietro il loro utilizzo si nasconde un altro problema: quante e quali sono le risorse davvero qualificate e oggi disponibili sul mercato in ambito big data?
La questione delle competenze insomma è un punto chiave anche perché – come sottolinea un top marketer interpellato da Boston Consulting Group – la situazione per molte aziende non sembra essere delle migliori: “non abbiamo lo staff necessario per sperimentare nuovi approcci, riusciamo a malapena a coprire l’ordinaria amministrazione”.
Proprio a causa della mancanza di personale qualificato dall’indagine di BCG emerge come ben il 60% delle organizzazioni non raccoglie sistematicamente i dati come vorrebbe oppure ne fa un uso non ottimale. E anche nelle divisioni marketing più strutturate le figure professionali che si occupano di analytics raggiungono a malapena la trentina di unità.

Occorre – oggi più che mai – potenziare i reparti di analytics con nuove figure professionali che possano raccogliere le nuove sfide e le importanti opportunità che l’analisi dei dati offre ad ogni azienda per battere i competitor e garantire ai propri clienti un livello di customer experience eccellente.

We 💙 SOCIAL SHARING…and you?

Facebook
Twitter
Google+
LinkedIn

Retail: come sarà la shopping experience del futuro?

Fonte notizia: Crmwebnews

Offrire ai propri clienti un’esperienza di shopping ricca e coinvolgente: è questo l’obiettivo prioritario nel futuro dei punti vendita. I retailer oggi sono chiamati a prestare attenzione soprattutto a quanto accade in rete, quali sono le preferenze dei consumer e le opinioni sui social, sfruttando le potenzialità della tecnologia e agendo direttamente sull’esperienza dei clienti nei punti vendita, per garantire il mantenimento dell’attività e la loyalty.

La capacità di cambiare e rinnovarsi, la volontà di andare oltre la semplice transazione economica,  la prontezza nell’offrire proprio quei plus che rendono unica e speciale la retail shopping experience: tutte caratteristiche che potranno determinare il successo – o l’insuccesso – di un retailer rispetto a un altro.

Ma nello shopping del futuro cosa permetterà davvero ai retailer di conquistare i clienti?

Lo studio di West Filed CorpHow We Shop Now: What’s Next”, condotto in USA e UK su un campione di oltre 13.000 consumer, ha individuato 5 elementi chiave che qualificheranno la shopping retail experience del futuro.

  1. Pay as you go”: I clienti sono sempre più orientati verso una dimensione che vede il pagamento solo dei servizi utilizzati e solo per il tempo di utilizzo;
  2. Il negozio come spazio di formazione: i clienti considerano il negozio come un luogo in cui apprendere nuove skill e creare relazioni sociali. Almeno il 35% dei consumer inglesi intervistati vorrebbe frequentare dei corsi di lifestyle all’interno dello store. Tra gli argomenti più richiesti troviamo il fitness, la cucina creativa e le lezioni con esperti;
  3. Lo stile di vita prima di tutto: il 20% dei consumer inglesi chiede programmi fedeltà che li premino per lo stile di vita piuttosto che per gli acquisti. Ad esempio i clienti vorrebbero ricevere premi e sconti per la loro attenzione al riciclaggio (29%), all’esercizio fisico (20%), per il tempo dedicato alla famiglia (19%) e al volontariato (10%);
  4. Realtà virtuale anche negli store: i consumer mostrano una propensione per la realtà virtuale che li aiuti a comprendere come i prodotti si adattano alla loro vita quotidiana. Per il 41% degli intervistati in UK le nuove tecnologie potrebbero aiutare a capire come i prodotti possono trovare collocazione nella propria casa, mentre il 33% utilizzerebbe volentieri la virtual assistance per vedere i vestiti addosso prima dell’acquisto.
  5. I 5 sensi protagonisti dello shopping: I clienti ambiscono ad una retail experience che possa stimolare contemporaneamente più sensi anche nella vendita al dettaglio: al primo posto la vista e il tatto, seguono olfatto e udito, mentre il gusto risulta prioritario per il 28% degli intervistati.

 


optimo retail

 

 

 

 

Il mondo del retail è cambiato: scopri la nuova frontiera per l’analytics in store: visita il sito web di OptimoRetail .


We 💙 SOCIAL SHARING…and you?

Facebook
Twitter
Google+
LinkedIn

 

Automotive & Innovazione: sharing economy, auto elettriche e nuove partnership digitali

Fonte notizia: Wired

Negli ultimi tempi il mercato Automotive sta registrando evoluzioni interessanti: anche le aziende ormai concepiscono sempre più l’automobile non solo come prodotto ma anche come servizio, le auto elettriche compaiono sempre più nel paesaggio urbano, le case produttrici organizzano partnership con le big company del digital e la sharing economy sta diventando una realtà concreta per molte case automobilistiche. Bmw, Mercedes e Fiat, giusto per citarne alcune, stanno già lavorando per inserirsi con le proprie auto nel business del car sharing/pooling.
Arun Sundararajan, autore del libro manifesto “The Sharing Economy” prefigura per il comparto auto un futuro all’insegna dell’economia della condivisione: “non ci sarà bisogno di un guidatore, potremo avere la nostra auto on demand in ogni momento, senza doverla possedere né guidare. Presto avremo milioni di persone in Cina e in India che, pur potendo permettersi l’acquisto di un’auto, inizieranno il loro consumo direttamente dalla condivisione, senza di fatto mai possedere un’auto ”. Non è un caso quindi che molte case automobilistiche stiano entrando a gamba tesa nel business del car sharing urbano: ad esempio Opel con l’App Car Unity promette di rivoluzionare il mondo del car sharing estendendo la possibilità di condivisione anche alle auto private.

Ma l’innovazione dell’Automotive riguarda anche il mercato delle auto elettriche: in Italia – come ha annunciato il ministro Del Rio –  verranno realizzate 20.000 stazioni di ricarica, in Germania è già partita una politica di incentivi per un miliardo sull’acquisto di auto elettriche e Volvo prevede di vendere entro il 2025 almeno un milione di auto elettriche.
Infine la partnership tra la big Google e FCA – che fornirà 100 monovolume Pacifica per condurre test sul suo progetto di vetture a guida autonoma – conferma l’avverarsi di un periodo di rinascita per il mondo Automotive che riscatta il buio e l’immobilismo degli ultimi anni con il dinamismo di nuove idee e progetti.

We 💙 SOCIAL SHARING…and you?

Facebook
Twitter
Google+
LinkedIn

Get in touch with us!