30 giugno 2016 gtaadmin

Start-up : tanti professionisti e pochi investimenti. I dati di un’anomalia tutta italiana…

Fonte notizia: http://www.ilsole24ore.com

Ad oggi in Italia si contano ben oltre 5.800 start-up, 41 incubatori certificati e almeno 100 concorrenti che si qualificano come tali. Ma pochi investimenti e meno di 10 exit sulle quasi 600 contate in Europa l’anno scorso. Tale anomalia si esprime in un profondo gap tra il mondo dei “professionisti delle start-up” e le start-up vere e proprie, ovvero quelle aziende che hanno in sé concrete prospettive di crescita sul mercato: mentre i professionisti aumentano, le start-up effettive restano indietro, registrando scarsi risultati per fatturato e finanziamenti.

Francesco Inguscio, fondatore e Ceo di Nuvolab, venture accelerator e società di advisory per l’innovazione, imputa la situazione innanzitutto alla scarsità di exit, la vendita di quote delle start-up allevate dai nostri incubatori, in altri termini “ci sono più incubatori ed acceleratori che start-up con reali prospettive di successo in Italia“. Dagli ultimi dati di Tech.eu emerge come il mercato italiano abbia intrapreso appena 9 operazioni di exit su 594 archiviate in Europa, contro le 119 registrate nella sola Germania.

“Le fonti di reddito – sottolinea Inguscio – solo marginalmente, soprattutto nel breve periodo, sono i proventi delle exit, bensì primariamente sponsorship da parte delle aziende del territorio, consulenze di vario tipo (spesso finalizzate alla formazione e al supporto di programmi di corporate innovation), eventi, affitto spazi e, solo eventualmente, qualche exit”. Un bilancio tutto in rosso per il mercato italiano dell’innovazione, con una forte carenza di investimenti che nel 2015 hanno raggiunto appena 74 milioni di euro, contro i 2,4 miliardi di euro di Berlino e i 2 miliardi di euro a Londra. C’è da dire che molto spesso le start-up in Italia rappresentano più un’occasione di business che un business in sé perché – come spiega lo stesso Inguscio – da questo punto di vista le infrastrutture a disposizione sono molto più interessate a fare business “sulle” start-up invece che “con” le start-up, visto che il business prevalente degli incubatori non è quello di sviluppare start-up ma erogare consulenze ad altri soggetti”.

I limiti del sistema italiano sono diversi, sicuramente l’età media avanzata (nessun under 40 alla guida degli incubatori più noti), norme inadatte e formule meno competitive rispetto all’estero.

La conseguenza di questa situazione si esprime nella fuga di capitali, finanziari e umani perché molto spesso – come evidenzia Inguscio – “gli imprenditori, dopo aver mosso i primi passi in Italia devo rilocalizzarsi altrove per poter continuare il proprio percorso imprenditoriale”.

We 💙 SOCIAL SHARING…and you? FacebookTwitterGoogle+LinkedIn