L’Automotive è sempre più “social friendly”

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 I principali brand automotive entrano da protagonisti nell’arena dei social network, particolarmente in occasione di eventi importanti come il lancio di nuovi modelli, sponsorship e iniziative promozionali.
È quanto emerge dall’analisi di Blogmeter, azienda leader in Italia per la “social media intelligence”, che ha valutato le performance su Facebook e Twitter delle più famose case automobilistiche.
Per quanto riguarda Facebook a ottobre 2015 fa il pieno di engagement Mazda Italia, particolarmente con il post relativo al Tokyo Motor Show durante il quale è stato presentato il nuovo modello Mazda RX-VISION. Non è da meno Bmw Italia che con la campagna #40annidiSerie3 per celebrare la Nuova Bmw serie 3 ha generato un alto livello di interazioni. E piace a oltre 400.000 fan il profilo “Auditography” dove compaiono i modelli più belli della scuderia Audi. Si aggiudica un posto sulla scena anche Toyota che, oltre ad aver raggiunto l’interesse di oltre 500.000 fan, ha di recente giocato la sua mossa vincente stringendo un accordo di partnership con l’AS Roma.
Per Twitter invece a salire sul podio è Fiat: un profilo a quota 96.000 follower gestito in doppia lingua (italiano/inglese) e con una comunicazione divertente e originale. A breve distanza arriva Peugeot che ha ottenuto i maggiori successi in occasione della campagna sociale #MoveYourEnergy legata al lancio della nuova Peugeot 208. E cattura l’attenzione degli utenti anche Renault, particolarmente in occasione del lancio della Clio Duel.

Automotive & social: la scintilla è scoccata!

🔎fonte notizia: www.brand-news.it 

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Customizzazione & Multichannel mktg b2b

La personalizzazione e la multicanalità rappresentano le chiavi del successo anche nel b2b: è quanto emerge dallo studio di Accenture Interactive e Sap  “Mastering Omni-Channel B2B Customer Engagement” .

Il processo di acquisto, ormai, si svolge sempre più spesso sul web e offrire ai clienti un’esperienza di valore su più canali significa garantirsi nel tempo la loro loyalty.

Secondo l’indagine di Accenture e Sap la maggior parte dei consumer b2b, il 44%, effettua i propri acquisti via mobile o web a scapito di altri strumenti tradizionali come il telefono (utilizzato solo dal 17% delle aziende) e altre figure di riferimento come l’agente (a cui si affida soltanto il 20% delle aziende). Alcuni poi, almeno il 32%, preferiscono attuare un vero mix tra più canali on line e off line e per questo si aspettano dal fornitore offerte personalizzate, coerenti e senza interruzioni lungo tutti i punti di contatto.

Rispetto al 2014 il 63% dei clienti b2b ha aumentato la percentuale di spesa on line, il 49% si è dimostrato molto più sensibile all’acquisto in seguito a suggerimenti e raccomandazioni ricevute sul web; tra i fattori che incidono sull’interesse c’è la trasparenza dei prezzi e dei prodotti, la scelta tra più articoli e maggiori opzioni di pagamento.

Dall’altra parte i seller dichiarano alcune criticità che non consentono loro di rispondere con efficacia a tutte le richieste dei clienti: per il 48% lo scoglio più insidioso è la condivisione dei dati dei clienti, per il 43% l’assenza di tecnologia.

Accenture e Sap suggeriscono un piano d’azione su più fronti per eliminare le criticità e rispondere con efficacia alle richieste dei consumer del b2b.

La “to do list” per le aziende si concentra su 4 punti chiave:

  • personalizzare le offerte e i prodotti
  • adottare strategie “multichannel
  • coinvolgere i partner
  • utilizzare una piattaforma collaudata

 

🔎 fonte notizia: www.crmwebnews.it

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Starbucks : quando il brand design fa discutere…

Può la scelta stilistica di un brand scatenare uno scandalo? Sì, soprattutto se il brand in questione è un colosso come Starbucks.

Tutto comincia nel 1997 quando Starbucks dedica per la prima volta alla stagione natalizia delle tazze a tema : pupazzi di neve, renne, alberi di Natale, immagini di Santa Claus.  È subito un successo e da allora per almeno 17 anni ogni Natale le decorazioni natalizie sulle tazze sono diventate una piacevole abitudine per i consumatori statunitensi.

Ma per il Natale 2015 tutto cambia. Arriva il design minimalista: una semplice tazza rossa con il  logo della catena, niente di più. La reazione è immediata e fulminante: per la comunità cristiana degli Stati Uniti il nuovo look delle tazze è un vero oltraggio alla cristianità e alla cultura americana. Come si può togliere il Natale dalle tazze?

“Alla base c’è un odio per Gesù” tuona senza mezze misure Joshua Feuerstein, opinion leader evangelico dell’Arizona.  Ma Feurstein non è il solo a lanciare frecce contro Starbucks: la battaglia continua anche sui social, in particolare su Twitter e sotto l’hashtag #MerryChristmasStarbucks sono tantissimi i messaggi   riferiti alla controversia, basti pensare che di questi almeno il 67% manifesta un sentimento negativo nei confronti di Starbucks.

Jeffrey Fields, vicepresidente di Starbucks, interviene con fermezza per sedare gli animi e per motivare la scelta del gruppo:

“Per il Natale volevamo delle tazze con un design semplice, la cui purezza fosse in grado di rappresentare tutte le storie, non solo quella dei cristiani”.

Semplicità, dunque, è la parola d’ordine.  Perché, al di là del simbolismo natalizio convenzionale, si può augurare “Merry Christmas” in un modo diverso.
Con buona pace  di Babbo Natale, pupazzi, renne & co.

 

🔎fonte notizia: brand-identikit
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Acquisti on line: la parola d’ordine è “customizzare”

Competitor, conversione e loyalty. Tre pensieri dominanti nella mente di un retailer. Ma anche nel settore degli acquisti on line per differenziarsi dai competitor, incrementare il tasso di conversione e fidelizzare i clienti l’arma vincente è una soltanto: la customer experience.

La personalizzazione si rivela una strategia efficace per la spedizione e la consegna dei prodotti: i consumatori di oggi, nel momento dell’acquisto on line, desiderano poter disporre di più opzioni di consegna in modo da scegliere a seconda delle proprie esigenze, come ad esempio ricevere la merce nel giorno più compatibile ai propri impegni di lavoro. Secondo un’indagine dell’azienda anglosassone MetaPack  molti rinunciano al’ordine proprio per l’assenza di opzioni di consegna, altri dichiarano di aver acquistato prodotti da un retailer proprio perché garantiva la personalizzazione della consegna. La scelta tra più opzioni di consegna è dunque un requisito essenziale per la maggior parte dei consumatori, tanto da essere anche disposti a pagare di più per poter usufruire di questa possibilità.

Inoltre per l’82% dei consumatori intervistati da MetaPack è molto importante essere aggiornati sullo stato della spedizione e della consegna, quindi ben venga l’invio di comunicazioni sia via e-mail che sms, come anche è fondamentale per il 76% degli intervistati usufruire delle opzioni di restituzione e rimborso della merce acquistata.

Ma quanto incide davvero la qualità del servizio di consegna sulla fedeltà del cliente? Per il 96% degli intervistati è determinante e un’esperienza negativa pregiudica un eventuale nuovo acquisto da quel retailer.

Customizzazione & E-commerce: l’unione funziona!

 

🔎fonte notizia: Crmwebnews
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Il marketing multicanale: la soluzione di Ibm per una gestione più semplice

Il marketing multicanale offre alle aziende un mix straordinario di occasioni di contatto con i  propri clienti.
Tanti canali, coerenti e integrati per le attività di comunicazione, commercializzazione e assistenza, e un unico obiettivo: conquistare il cliente. I risultati di un approccio multichannel non si fanno attendere: un livello di servizio migliore e una conseguente fidelizzazione dei clienti tradizionali, l’acquisizione di nuova clientela, una maggiore varietà di informazioni sul proprio target, la consapevolezza tempestiva dei cambiamenti del mercato.

Ma il rovescio della medaglia c’è: con il marketing multicanale aumenta in modo esponenziale tanto la complessità quanto il volume delle attività di marketing da seguire e da gestire. Un problema affatto secondario, soprattutto se si considera che la mole di attività marketing da portare avanti in un’azienda è concentrata molto spesso in un tempo ridotto. L’esigenza – comune un po’ a tutti i marketer delle aziende – di attivare velocemente campagne personalizzate multicanale si scontra molto spesso con la quantità di soluzioni software da gestire e il rischio di perdere tempo e di disperdere le informazioni diventa elevato.

E allora perché non immaginare un marketing multicanale più semplice? La soluzione di Ibm va in questa direzione: Ibm Universal Behavior Exchange è un collettore di informazioni che fa da ponte tra varie soluzioni software per creare campagne marketing mirate. Le informazioni raccolte possono provenire da diverse applicazioni orientate al marketing che, però, devono essere in grado di dialogare con Universal Behavior Exchange che opera come servizio in cloud. Un dialogo che non tarderà a cominciare perché IBM sta avviando nuove partnership con altre software house nei settori social, mobile, CRM e advertising quali MediaMath, Spredfast, MutualMind, SugarCRM ed Exchange Solutions.

Uno dei punti di forza di UBE è che non richiede il coinvolgimento dello staff IT e può essere usato in totale autonomia dai marketer: ciò significa procedure di lavoro più semplici e ritmi di lavoro più veloci.  Per i marketer un’interfaccia semplificata attraverso cui potranno collegare i dati provenienti da fonti diverse così da avere una visione d’insieme del comportamento del singolo cliente o di un gruppo di clienti all’interno dei canali aziendali.

Con il supporto di UBE sarà possibile attingere facilmente alle informazioni, trasformarle quindi in interazioni mirate e subito realizzabili, come ad esempio l’immediata attivazione di una promozione sui social network.

 

🔎fonte notizia: www.techweekeurope.it

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I BIG DATA: VALORE E RISORSA PER IL MARKETING DEL FUTURO

Il segreto per una strategia di marketing efficace sta in due parole: BIG DATA. Gli utenti navigano sul web, consultano i social media, lasciano commenti sui forum. Ogni azione è come una briciola di pane che cade nella rete: si crea una traccia, un segno inequivocabile del loro passaggio. Dietro quella traccia c’è una grande quantità di informazioni, un caos di dati da raccogliere, analizzare e interpretare per acquisire una conoscenza reale e approfondita di chi sta dall’altra parte. I Big Data rappresentano la colonna portante di tutta l’organizzazione del business, dall’IT management, al settore marketing e CRM, fino al Top Management:  una miniera di informazioni preziose per migliorare la customer experience, ottimizzare i processi esistenti, mettere in atto attività di marketing più mirate e ridurre i costi.

Da uno studio di Gartner, multinazionale leader nel mondo per consulenza strategica, ricerca e analisi nel campo dell’Information Technology, i Big Data rappresentano la frontiera del futuro: nei prossimi due anni il 75% delle aziende investirà in Big Data, il 3% in più rispetto al 2014.  Per Gardner si prospetta una vera rivoluzione, tanto più se si considera che entro il 2020 le informazioni raccolte dalle aziende saranno utilizzate per reinventare, digitalizzare o eliminare l’80% dei processi di business e dei prodotti realizzati nel decennio precedente.
I big data e i progetti di Big Data Analytics rappresentano quindi un’opportunità fondamentale, l’investimento decisivo per mantenere la propria leadership sul mercato.

🔎fonte notizia: www.crmwebnews.it

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Web privacy: 9 siti su 10 violano i dati degli utenti. Come proteggersi?

Il rapporto tra il web e la privacy degli utenti è sempre stato molto controverso: a darne ulteriore conferma un recente studio di Tim Libert, ricercatore dell’Università della Pennsylvania,  che a margine dei risultati della sua ricerca non ha esitato ad affermare: “Quasi 9 siti su 10 rilasciano dati a terze parti di cui gli utenti sono probabilmente inconsapevoli”. Mediamente, come ha scritto Libert nel Journal of Communication, ogni sito che visitiamo ha a che fare con altri 9 domini esterni e quindi c’è la possibilità –almeno teorica – di essere monitorati da più siti contemporaneamente.

Nel momento in cui visitiamo un sito è probabile che i nostri dati finiscano ad altri 9 siti web esterni, come ad esempio Google (tramite il suo software di analisi che viene installato su un numero infinito di siti), Facebook e WordPress.
Ma non basta perché, come sottolinea Libert, “più di 6 siti su 10 riproducono cookie di terze parti e più di 8 su 10 siti caricano codice Javascript da parte di soggetti esterni sui computer degli utenti”.
Anche le opzioni di navigazione sicura da parte degli utenti, a giudizio di Libert, vengono molto spesso ignorate da browser e case madri.
L’unico esempio virtuoso per Libert è soltanto Twitter che, contrariamente ad altri siti, manifesta maggiore discrezione e rispetto del DNT (“Do not track”), quindi della richiesta di anonimato da parte dell’utente.

Ma come possiamo proteggere i nostri dati personali e navigare in serenità il web?

Per Libert la soluzione è Tor , acronimo di The Onion Router, il browser per la navigazione protetta. In pratica è un software che nasconde la sorgente e la destinazione del traffico prevenendo qualsiasi tipo di controllo esterno. Con Tor i dati appartenenti ad una qualsiasi comunicazione non transitano direttamente dal client al server ma passano attraverso i server Tor che agiscono da router costruendo un circuito virtuale crittografato a strati (da qui il nome “onion” che in inglese significa “cipolla”).

La guerra ai nostri dati personali è ormai iniziata ma una cipolla  “magica”, forse, ci salverà.

 

🔎fonte notizia: Wired

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Google mette il turbo: AMP è il nuovo progetto per un mobile web più veloce

Quante volte durante la tua navigazione da smartphone incroci pagine lente a caricarsi? Magari vuoi guardare un video o una grafica particolare: proprio in quel momento stai per decidere magari di tornare indietro e di rinunciare a visualizzare quel contenuto.
Perdi tempo, ti innervosisci e abbandoni la navigazione, dall’altra parte, invece, c’è l’editore di quel sito che dalla tua scelta sta perdendo un nuovo lettore. Un problema rilevante, principalmente per gli editori di testate giornalistiche on line, che ha fatto muovere tutti i protagonisti della rete verso la ricerca di una soluzione.


Amp, Accelerated Mobile Pages,   è il nuovo progetto di Google per migliorare la navigazione da mobile degli utenti.

Il progetto si basa su AMP HTML , si tratta di un framework aperto e sviluppato interamente sulla base di tecnologie web esistenti, che permette ai siti di costruire pagine web più leggere.

L’obiettivo di questa nuova tecnologia è il caricamento istantaneo di contenuti “pesanti” come grafiche, video, annunci pubblicitari sofisticati ma anche un linguaggio di codice più agile e valido su diverse piattaforme e dispositivi, senza distinzione tra un modello di tablet o smartphone e l’altro dell’utente.

Il formato AMP HTML in futuro sarà adottato da altri servizi Google, come ad esempio Google News, ma intanto l’azienda è in fase di trattativa con partner tecnologici come Twitter, Pinterest, WordPress.com, Chartbeat, Parse.ly, Adobe Analytics e LinkedIn. Trenta editori da tutto il mondo hanno partecipato al progetto, tra cui testate di rilievo come il The New York Times, il The Guardian, El Pais e La Stampa.
La parola chiave per AMP è “open source” : il progetto, infatti, punta ad offrire agli editori componenti condivise, in modo che possano concentrarsi sul contenuto utilizzando standard aperti e funzionanti e che hanno contribuito loro stessi a creare.

AMP per adesso è soltanto in una fase “developer preview”, la pubblicazione definitiva avverrà nel 2016, ma il traguardo è già ben delineato: un web più veloce e leggero per una “user experience” migliore e un futuro sostenibile per l’informazione digitale.

 

🔎fonte notizia: www.wired.it

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